Tredici anni fa

Ora che se ne parla per via del giudizio severo del rapporto Chilcot, sono andato a rivedere cosa pensavo ai tempi dell’intenso dibattito sulla Guerra in Iraq. Non per darmi torto o ragione – pratica inutile e vanesia in cui spesso indulgiamo – visto che già in molti da allora hanno cambiato opinioni ed espresso rammarichi, ma per vedere su questa piccola scala a quale grado di dubbi o certezze ci si avvicini man mano che sviluppi successivi arricchiscono la comprensione di una materia così complicata.
Complicata abbastanza – e ci aggiungo anche una mia incapacità di costruire opinioni certe e perentorie, come si vedrà – che prima di andarmi a rileggere davvero non mi ricordavo esattamente il corso dei miei pensieri di allora.
È un post molto di copiaincolla – una specie di riaprire l’album delle fotografie delle proprie instabili idee -, serve soprattutto a mettere ordine per me, vi avviso.

L’invasione dell’Iraq iniziò nella primavera del 2003, con tutto un lungo dibattito precedente (la famigerata scena di Powell e dell’antrace è di febbraio), quando io ero nel bel mezzo di una eccezionale esperienza di coconduzione di un programma televisivo di prima serata sull’attualità, in cui l’altro coconduttore (coconduttore in capo, diciamo) era Giuliano Ferrara.
Ovvero una condizione abbastanza unica perché il tema dell’intervento militare in Iraq fosse centrale e frequente nelle mie letture, nelle mie considerazioni, e nelle mie esposizioni. Potrei già farmi venire un primo dubbio che la mia esibita opinione contraria a quell’intervento stesse dentro un gioco delle parti televisivo (Ferrara, chevellodicaffa’, era favorevole), ma sono piuttosto tranquillo nella certezza che nonun criterio di questo genere non sia mai stato nostro, e che ci trovammo spesso pure d’accordo su altri temi.
Quindi per molte settimane e tante puntate discutemmo con vari ospiti di questo, e mi ricordo per esempio la mia curiosità per il tentativo estremo di Marco Pannella e la diffidenza per quel tentativo da parte di Ferrara (niente sia letto in questo post, né mai, come un maramaldeggiare a partire dalle consapevolezze di oggi: not in my name).
Ho trovato una cosa che scrissi nel blog del programma – che curai ancora per l’anno successivo in cui avevo lasciato: fu messo offline e ne ho l’archivio, pieno di cose del tempo – rispondendo a qualcuno sugli sviluppi della guerra.

Fui – assai visibilmente – contro la guerra in Iraq. Ritenevo che il pericolo per i paesi vicini e lontani costituito da Saddam non fosse così immediato da non poter essere affrontato diversamente, e che gli Stati Uniti avessero una preparazione disastrosa al dopoguerra (stava scritto su diversi documentati articoli). Trovavo molto valido l’argomento dell’abbattimento della dittatura: se uno perseguita il suo popolo, o un altro popolo, lo si prende per un orecchio e lo si fa smettere. Ma le possibili controindicazioni (costo della guerra in vite umane, effetti collaterali nei paesi vicini) non me lo rendevano sufficiente. Non sto a ripetere di quanto fossero strumentali e vacui molti altri argomenti delle due parti.

Poi la guerra c’è stata. Ha avuto, e sta ancora avendo, un rilevante prezzo di morti. Più o meno di quanto messo in conto, non so. Si è scoperto che le armi di distruzione di massa accampate a motivo per la guerra, con tutta probabilità non ci sono. Questo vale a squalificare chi le accampò, ma come ho detto non era un argomento in cui avevo mai creduto. Saddam è caduto ed è stato preso. Con tutti i gravi casini che ci sono, mi sembra inostenibile che gli iracheni oggi stiano peggio. Stanno meglio: magari solo poco meglio, ma nessuno sensato si aspettava la democrazia e la prosperità in un mese. Il regime non tortura e non uccide più. Sperare che la guerra non ci sia stata – come chiedevo prima – e che tutto sia come prima, mi è sinceramente difficile. E decidere ora cosa vorrei fosse stato mi pare irrilevante. A me pare irrilevante. È stato. Rilevante è solo ciò che è chiaro. Ed è chiaro che chi ha voluto la guerra sulla base delle armi di distruzione di massa ha imbrogliato, o nel migliore dei casi ha commesso un imperdonabile errore di valutazione.

Come vedete, mi trovai in un mezzo ripensamento opposto a quello prevalente: ero contro l’intervento prima e durante, ma fui spiazzato da quelli che dapprima sembrarono risultati positivi, ferme restando tutte le valutazioni generali. Mi chiesi: mi sarò sbagliato?
Sempre da quel blog, aprile 2004:

Ancora sullo stesso numero del Guardian di dieci giorni fa (pila di arretrati), leggo del viaggio di David Aaaronovitch in Iraq. Aaaronovitch è un commentatore che sulle pagine del Guardian era stato uno degli isolati sostenitori dell’invasione contro Saddam, ed è andato in Iraq a vedere com’è un anno dopo e a decidere se la sua opinione è rimasta la stessa, o se si sbagliò nel pensare che la guerra fosse giusta.

Mi fermo a metà articolo a pensare – in attesa del suo responso finale – che cosa mi aspetto. In cuor mio, spero che Aaronovitch riveli di aver capito di essersi sbagliato? O che confermi la giustezza della scelta? Cerco di capire cosa orienta la mia aspettativa. Nel primo caso, sarei più soddisfatto dell’effetto colpo-di-scena, e della rara occasione di un commentatore che ammette il proprio errore. Del secondo caso, mi piacerebbe l’altrettanta rara evenienza di qualcuno che si dica a favore di quel che è stato sulla base dell’osservazione dei fatti, e non da migliaia di chilometri di distanza, come avviene per i consueti sostenitori della scelta di Bush e Blair.

Ci penso. E mi par di leggere nei miei desideri, alla fine, la speranza che Aaronovitch dica “è stato giusto”. Ha a che fare con il poter dire “a-ha”? Ha a che fare con il voler avere ragione, con il volere averla vinta? Con il voler dire “visto? è come avevo detto io?”. vado dietro a questi pensieri perché queste motivazioni sono quelle che mi sembrano orientare il vovantanove per cento delle posizioni sull’Iraq, da una parte e dall’altra.

C’è solo una cosa che non torna. Io ero contro. Io ero contro la guerra in Iraq. Io sono andato in televisione per un anno dicendo che credevo fosse sbagliata e pericolosa. Poi, nell’anno che è passato, sono stato a guardare, e ho coltivato dei dubbi. Penso che l’Iraq di oggi sia comunque meglio di quello di ieri, ma a quale prezzo, per noi e per loro? Se Aaronovitch dice “sono andato, ho visto, e mi sono convinto che avessi ragione”, io avrei avuto torto, secondo lui (poi Aaronovitch vale per quel che vale, né più né meno, naturalmente).

E infatti non è questo. Io spero che un giorno si dimostri che la guerra in Iraq è stata giusta, alla fine. Spero di avere avuto torto, e che il mio torto si dimostri. Leggo affamato ogni rapporto che possa dimostrarmi il mio torto. Per un semplice motivo, comprensibile anche ai più zapateri, se volessero. Che la guerra in Iraq è stata, e ormai sarebbe bello poter sapere che è stata per il meglio. A costo di avere torto, se lo sopportiamo.

(se poi volete sapere cosa conclude Aaronovitch: “So, of all the things we have done, the invasion may be bloody appalling, but it is the least bloody appalling thing of all. And the only thing that has offered hope.”)

Poi le cose presero rapidamente un’altra piega e non mi diedero il piacere di avere avuto torto. Quanto siano volatili le constatazioni su dati parziali o precoci lo dice questo passaggio di un articolo per il Foglio di fine aprile, il cui titolo “Il senno di noi” diceva più delle mie intenzioni, a rivederlo adesso. Col senno di poi.

A questo punto si può fare un bilancio parziale delle cose che noi contro la guerra temevamo sarebbero accadute, e che a oggi non sono accadute: non si è scatenato il terrorismo internazionale, non si sono coinvolti altri paesi nella guerra, non si sono compattate le masse arabe antiamericane, non è diventato un altro Vietnam, non si è fatto di Saddam un martire, non sono morte milioni di persone. Per contro: sono morte migliaia di persone, non si sono trovate armi di distruzioni di massa, non si è dimostrato nessun legame rilevante tra Saddam e bin Laden. Nessuno di questi dati è definitivo, fuorchè quello sui morti in guerra e il fatto che la dittatura sia stata abbattuta.

Aggiungo infine questa cosa (2004, dopo gli ispettori ONU), a conferma di quanto sia assurda e ridicola la pretesa della “buona fede” da parte di Blair nella conferenza stampa di ieri.

Se le armi di distruzione di massa non le hai trovate – e avevi detto che c’erano – sarai stato in buona fede quanto vuoi, e capire come stavano le cose sarà stato difficilissimo: ma è successo, paghi. L’assenza di dolo non può essere salvifica. A testimoniare delle capacità sono i risultati, non la buona volontà. A testimoniare dei fallimenti, idem. Senza rancore, senza gogna, senza caccia all’uomo: se ne vada Rumsfeld, se ne vada Blair, se ne vadano sempre quelli sotto la cui responsabilità è avvenuto il fallimento.

 

Altre cose:

3 commenti su “Tredici anni fa

  1. LZOIA

    Leggo da Repubblica: La commissione Chilcot:boccia Blair: guerra inutile. E qui tutto un disquisire. Se ci pensiamo un attimo, tutte le guerre sono inutili. Sbaglio?

  2. Julian B. Nortier

    Sono il contrario di Blair: allora credevo che l’intervento fosse sbagliato,poi mi sono ricreduto.Il fatto che sia durato tanti anni non toglie però l’urgenza-che i piddin vecchia maniera e i radical chic raramente capiscono-di deporre un dittatore che faceva gasare le persone.
    Ma,si sa,per quelli sisnistrorsi se non hai la svastichetta appesa-obbrobrio universale,sia chiaro-la violenza fatta sotto altri stemmi conta poco.
    Scommetto mezzo dollaro(sperando che allora l’euro non sia più la ns moneta) che Hillary sarà ben più guerrafondaia di Obama,la cui tattica è stata:
    piano a:evitare interventi militari
    piano b: evitare interventi militari
    piano c: nuove strategie di comunicazione per giustificare il no agli interventi americani,mentre l’Is ci concupisce il deretano a suon di bombe,please…

  3. Felice

    Non credo possa esserti davvero utile nella ricostruzione dei tuoi pensieri, ma ricordo un incontro con Giovanni de Mauro al teatro Litta (vedo su Wikipedia che era il marzo 2006) di cui mi rimane l’impressione di te che fai da contraltare a de Mauro, che era categoricamente contrario alla guerra e a quella che ormai era l’occupazione.

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