Ci vorrebbe un vaccino

Una questione mai risolta nelle velleità di accuratezza e qualità del Post si può riassumere così: cosa fare quando una notizia di cui abbiamo scelto di non occuparci perché non la riteniamo una notizia (gli esempi sono quotidiani: di irrilevanza, insignificanza, sciocchezza, infondatezza) prende una dimensione su altre testate tale da generare attenzioni, discussioni e persino conseguenze che a loro volta diventano allora una notizia?
La risposta, ve lo dico subito perché è una discussione che si ripete con frequenza da dieci anni, è: dipende. Dipende appunto dalla dimensione delle conseguenze e della diffusione della storia: e in molti casi ci convinciamo a un certo punto che sia venuto il momento di raccontare cosa stia succedendo, o di “spiegare bene” una cosa di cui – a prescindere dalla sua fragile genesi – si sta parlando molto, o che sta generando letture confuse della realtà e persino decisioni confuse, dei singoli o delle istituzioni.

La discussione si è ripetuta stamattina, in conseguenza di una notizia diffusa da molte testate italiane ma anche internazionali a partire da ieri sera, quando molti l’avevano commentata ridendo della sua insensatezza. Ma prima ancora, era stata presentata così.

Sono solo due esempi di molti titoli e tweet che, come vedete, raccontano che un volontario nella sperimentazione del vaccino contro il coronavirus è morto: e scegliendo di farne una notizia suggeriscono ovviamente che le due cose siano correlate. E insomma, le notizie che arrivano al lettore sono due: il vaccino che il mondo aspetta ha dei problemi grossi, e in generale la sperimentazione dei vaccini è pericolosa. Sono due informazioni importanti e sensibili nella nostra comprensione delle cose e nel creare le nostre opinioni e consapevolezze, sarete d’accordo. Le nostre, e quelle di tutti gli umani del mondo (i milioni di italiani, in questi casi).

Soltanto che nel testo di questi articoli, con qualche ambiguità e confusione, si diceva già che al volontario il vaccino non era stato mai somministrato, spiazzando il lettore sia rispetto alla coerenza con i titoli (voi titolereste “Muore dopo avere mangiato un cucchiaio di Nutella” la storia di una persona investita uscendo di casa dopo aver fatto colazione?), sia rispetto al senso stesso di tutti gli articoli: dov’è la notizia, hanno commentato in molti, se una persona ignota muore senza che ci siano cause eccezionali? (ricordo che aver messo in precipitosa e terroristica relazione morti e vaccini ha già causato in Italia un guaio che si è probabilmente risolto nella morte di molte persone per conseguenze dell’influenza).

Il commento stupito è diventato disarmata incredulità o battute sarcastiche quando le stesse testate hanno cominciato a modificare i loro titoli e tweet dando conto della mancata correlazione tra i due fatti.

Stamattina anche nelle conversazioni al Post è stata notata l’assurdità della storia (che era iniziata dalla diffusione della notizia della morte in Brasile senza che ci fosse ancora chiarezza, e poi da parte di un’agenzia internazionale) e saremmo tornati a occuparci d’altro se qualcuno non avesse segnalato l’articolo del Washington Post: titolato correttamente ma che si dedicava a sua volta alla stessa non notizia. Però aveva un approccio di ricostruzione delle cose che non si era visto negli articoli italiani, e un dettaglio in più sulle cause della morte che azzerava ogni illazione e ogni non detto:

The Brazilian newspaper O Globo, citing unnamed sources, reported that the volunteer was in a control group that did not receive the experimental vaccine and died of covid-19. The news service G1 said the volunteer was a 28-year-old physician who treated coronavirus patients in Rio de Janeiro.
The National Health Surveillance Agency said it was informed of the volunteer’s death Monday.

Ed è chiedendosi se le cose non andassero a questo punto spiegate che al Post è iniziata la conversazione che da anni avviene in questi casi.
(scusate il testo piccolo)

È finita, oggi, che abbiamo ritenuto di soprassedere. Per questa volta (per ora) non aggiungiamo del nostro alla sbilenca diffusione di questa storia: e spostiamo il discorso – come sto cercando di fare: o magari sto aggiungendo del mio, chi lo sa – su “Una piccola storia di giornalismo e di notizie date male, in questi tempi complicati”, come Emanuele Menietti aveva proposto di titolare un’eventuale ricostruzione. Che è un discorso che si lega ai ricchi dibattiti di questi anni di quale sia l’approccio da tenere per contenere la diffusione di notizie false, ingannevoli o persino pericolose. E su cui la risposta sicura non c’è: se ne discute tutte le volte.

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