Post con troppe cose dentro per un titolo chiaro

Fra tre settimane esce un libro che ho scritto e che si intitola “Un grande Paese”. Il titolo è una citazione di un classico western, e si riferisce all’ambizione che l’Italia possa diventarlo, un giorno, e meritare di esserlo. È un libro che non parla dei 150 anni dell’Unità d’Italia, ma di quelli che verranno dopo e di cosa cominciare a fare dal 18 marzo, ognuno per proprio conto e tutti assieme. Però è anche un libro pieno di altre cose che ai lettori del presente blog sono familiari, e su cui ho disordinatamente scritto altre volte in questi anni: ho cercato di metterle in ordine. Avremo modo di riparlarne quando esce.

Ieri sera ho letto un bell’articolo sull’Atlantic Monthly sul presente, il passato e il futuro del giornalismo. È un tema che – malgrado mi sia altrettanto caro – ho tenuto fuori dal mio libro, perché merita un approfondimento suo: però è un tema che ha molti tratti in comune col passato, il presente e il futuro dell’Italia di cui scrivo. Soprattutto su un’analisi centrale: quella dei ruoli e delle responsabilità delle classi dirigenti, e della loro ritirata.

Come ho scritto altre volte, l’Italia era una democrazia ed è diventata una demagogia: l’idea che alcuni scelti e preparati prendano delle decisioni competenti e sagge a nome di coloro che li hanno delegati – la democrazia rappresentativa-  è stata rimpiazzata dall’idea del referendum permanente per cui l’unico ruolo dei leader politici è di ascoltare i cittadini e obbedire alle loro richieste. Abbiamo sostituito persone straordinarie con persone normali, abbiamo rimpiazzato la dote di capire la gente con quella di essere la gente. E chi cerca di ricostruire un dibattito su questo – negli Stati Uniti è assai avanzato – viene accusato di volta in volta di presunzione, snobismo, classismo, distanza dal paese reale. La demagogia è un sistema molto efficace e autoconservativo, che ha in se stessa la sua arma più efficace contro i critici: se critichi un demagogo è perché non te ne frega niente della gente. Ma come ha scritto ieri Massimo Gramellini

sono le minoranze di entusiasti a fare la storia, per poi imporla ai pigri e agli scettici come epica collettiva

Nel giornalismo è avvenuta una cosa simile e parallela. Chi fa i giornali – i direttori soprattutto, e poi i giornalisti – ha abdicato al proprio ruolo di filtro e responsabile di ciò che va raccontato e come, e si è consegnato al mantra di “quello che vogliono i lettori”. Decenni a riempirsi la bocca di “rispondiamo solo ai lettori” eccetera, e alla fine è andata davvero così. I giornali sono diventati un’impresa commerciale come un’altra, e cercano di fare numeri vendendo il prodotto che si vende di più: e le logiche commerciali di internet – il cottimo delle pagine viste – hanno peggiorato tutto questo. L’unico criterio che convive con quello commerciale è in alcuni casi quello del guadagno politico: ma anche questo cerca il consenso, ed è soggetto alla lettura della politica in chiave demagogica di cui sopra. Sempre di numeri si tratta.
Ma a differenza di quella politica, questa deriva dei giornali è ancora criticabile senza i rischi di cui sopra: che chi fa i giornali debba avere un’indipendenza e possa avere una speciale competenza è più accettato socialmente. Tutti siamo in competizione con i politici, pensiamo di saperlo fare anche noi e meglio. I giornalisti invece – ancora per poco, che già si parla troppo di par condicio, di contraddittorio, eccetera – continuiamo ad aspettarceli con capacità loro, diversi e indipendenti da noi.

Ho così sintetizzato un po’ di cose di cui ho parlato altre volte più diffusamente e chiaramente, per arrivare a parlare di questo articolo che ho letto ieri sera, che è molto bello. Lo ha scritto James Fallows, stimato e decorato giornalista dell’Atlantic Monthly. Fallows parte da una considerazione che anche in Italia è sotto gli occhi di tutti, ma che nei nostri giornali col complesso di persecuzione è lontana dall’essere ammessa e discussa: il peggioramento obiettivo della qualità del giornalismo. Fallows lo affronta invece in un modo molto competente, sereno e aperto, mezza generazione avanti al punto in cui siamo qui.

Queste critiche con me sfondano una porta aperta. Quindici anni fa pubblicai un libro, Breaking the news, che sosteneva che un’attenzione senza sosta agli scandali, allo spettacolo e a trattare la politica come una partita stava allontanando i cittadini dalla vita pubblica, rendendo difficile il lavoro persino ai politici più cinici, e al tempo stesso erodendo la nostra stessa capacità di capire cosa succeda e decidere come rispondere. E quella era un’epoca che vista da oggi sembra innocente. (…) Per servire il pubblico e sopravvivere, sostenevo, l’industria dei media doveva recuperare il suo ruolo speciale di business che non fosse solo un business. I giornalisti dovevano dedicare se stessi alla sfida di rendere interessanti le cose importanti, e resistere alla frana dell’epoca dell’infotainment. Come sembra tutto superato, ora!

Fallows spiega che negli anni successivi ha osservato le cose e parlato con molte persone: e non ha cambiato opinione sulle disfunzioni della vita pubblica americana, ma su quel che debba fare l’informazione sì.

“Non penso che valga più la pena discutere se la stampa stia peggiorando. Adesso penso che sia il caso di affrontare l’inevitabilità del cambiamento e capire come possiamo ottenerne il meglio”.

Il caso di scuola che Fallows usa per esporre la situazione attuale è un caso che è stato assai dibattuto e citato in questi anni: ed è il sito Gawker, assieme al suo popolare e famigerato direttore Nick Denton. Di Gawker si è detto e scritto moltissimo: qui mi limito a descriverlo superficialmente come un sito di news che è l’esempio del declino descritto da Fallows e di cui parlavo all’inizio: eliminazione di ogni pretesa di ruolo e responsabilità pedagogica e di crescita della sua comunità e consegna di se stesso a ciò che vogliono i lettori. Per Fallows, Gawker è tutto quello che viola le norme etiche tradizionali del giornalismo: pubblica news voyeuristiche e indiscrete, paga le fonti delle notizie, non ha nessuna attenzione per la rilevanza pubblica delle notizie. E Denton rivendica tutto questo, spiegando le ragioni di una storia morbosissima e spregiudicata su una candidata americana pubblicata da Gawker l’anno scorso tra molte polemiche:

«Non avremmo dovuto neanche darle, delle spiegazioni. Poter accusare l’ipocrisia dell’interessata ci ha aiutato, ma avremmo dovuto limitarci a dire che il nostro era un interesse voyeuristico: “Abbiamo fatto quel pezzo perché pensavamo vi sarebbe piaciuto, punto. Per noi era divertente, quindi abbiamo pensato lo fosse anche per voi”. E c’è stata una valanga di attenzione e traffico sul sito»

Gawker, spiega Fallows, è una macchina dotata dei più efficaci strumenti tecnici per sapere cosa i lettori vogliono vedere e leggere, in contrasto con l’idea che qualcuno scelga cosa i lettori dovrebbero voler leggere o “hanno bisogno” di leggere. Per Fallows, è l’esempio migliore della direzione in cui l’informazione sta andando.

“Dare alla gente quel che vuole piuttosto che quello che dovrebbe volere è un conflitto vecchio come il giornalismo. La mia storia condensata del giornalismo è questa: per più di un secolo dopo la Guerra Civile i lettori americani sono stati in diversi modi protetti dall’ottenere esattamente quello che volevano dai giornali e successivamente dalla radio e la tv. Le notizie, come l’istruzione, aspiravano ad essere più interessanti possibile ma con un intento di crescita civica. C’erano regole – dai “codici etici” alle richieste di “servizio pubblico” – relative all’informazione radiofonica e televisiva”

Inciso di sostegno: scrivo in “Un grande paese”:

Si provava a “fare cultura” in tv, si cercava di fare politiche illuminate e impopolari, si chiamava “missione” quella del giornalismo, eccetera. Poi la democrazia – e la sua forma mercato – hanno prevalso (in altri paesi, i limiti e i principi sono stati scritti più solidamente che da noi, e resistono meglio, ma a fatica): e ora si offre solo quello di cui c’è domanda prevalente, per farsi eleggere, per fare share, per vendere giornali. O anche semplicemente per farsi adulare e apprezzare, bassa demagogia, trionfo delle vanità immediate. Nessuno vuole più essere ricordato. Ammirato, subito.

Per Fallows tutto questo è saltato nel giornalismo per molte altre ragioni di dettaglio, e oggi lo slittamento su “quel che la gente vuole” e i numeri è avvenuto e riconosciuto in tutte le grandi strutture informative, come racconta il famoso memo di AOL sulle ambizioni legate all’acquisto dello Huffington Post: diminuire da 99 a 84 dollari il costo medio di un articolo, aumentare da 1500 a 7000 le pagine viste per articolo. E anche l’Atlantic, il giornale di Fallows, se ne sta prendendo atto, spiega lo stesso Fallows: grazie a questo il sito sta andando benissimo e aiuta a sostenere il giornale.

“Gattini, fotogallery, video, Sarah Palin. Per noi e altre pubblicazioni sono una complicazione con cui convivere. Per Gawker sono tutto”

Le cose che Denton dice a Fallows sono molto interessanti, proprio perché esplicitano quello che molti giornali e siti stanno già facendo, o quello che faranno presto: anche quelli a cui eravamo abituati ad attribuire autorevolezza. Per esempio la frase che riassume efficacemente la linea editoriale di Gawker:

«Cerco di immaginare di cosa vorrebbe parlare la gente se stasera andassi a una festa. E scrivo di quello»

E poi:

– Denton dice di aver imparato molto non su quello che la gente “dovrebbe” volere, non su quello che dice di volere, ma su quello che sceglie quando ne ha l’opportunità

– nel 2007 Denton disse che una comunità attiva di commentatori era un modo importante di costruire il successo di un sito. Adesso si è convinto che corteggiare i commentatori sia un binario morto. L’obiettivo è invece attrarre continuamente nuovi utenti, e un gruppo consolidato di commentatori “residenti” rischia di tenerli alla larga. È un tema interessantissimo, perché a un’idea (che al Post abbiamo abbracciato molto) di un progetto editoriale con un’identità forte, che si affida molto a una ampia e crescente comunità di utenti fedeli, complici e affidabili, uno zoccolo duro, contrappone un indirizzo opposto: quello che vede in ogni utente della rete un potenziale lettore occasionale, e che si affida quindi alla diffusione a tappeto dei propri contenuti su Google e sui social network. Meno investimento sull’attrarre lettori sul proprio sito e tenerceli, e maggior impegno nel mandare i contenuti dai lettori, continuamente e in ogni modo. Meno brand e più quantità.

– grande attenzione ai titoli dei pezzi: alla larga dai verbi, volare bassi senza titoli troppo acuti o intelligenti, niente ironia, metterci la storia ma lasciare fuori qualcosa perché il lettore sia tentato di cliccare, essere più letterali possibile. Occupare al massimo due righe.

– segnalare molto ciò che è più letto, enfatizzare che gli articoli sono stati aprrezzati, usare il “quel che i lettori vogliono” anche come meccanismo promozionale

– alla larga dalla politica o dalle notizie per addetti ai lavori: un pezzo su Rupert Murdoch funziona solo se ci sono foto di lui con delle ragazze giovani

Fallows si ferma a spiegare che l’effetto sgradevole che tutto ciò ha su chi è affezionato al giornalismo di una volta non deve ingannare: depravazioni e piccinerie del giornalismo sono sempre esistite e chi ha visto i vari remake di “Prima pagina” lo ricorda benissimo. Ma dice l’ex direttore dell’Atlantic Monthly William Whitworth:

«Quello che ha incasinato tutto è l’avvento di internet. Ci ha offerto una mole senza precedenti di informazioni mediocri o addirittura false, ma anche l’accesso a un esteso spettro di ottime fonti e discussioni utili che non potresti trovare in tv o sui giornali»

E Jill Lepore, che insegna storia americana a Harvard, aggiunge:

«È che moltissimo della vita americana è pubblico. Credo che questo aiuti molto a spiegare quello che sembra un “declino” Tutto è documentato, e quasi niente filtrato, editato. L’editing è una delle grandi invenzioni della civiltà» (il ruolo del deejay, ndb)

Come dicevo, Fallows si è fatto una ragione dei cambiamenti e spiega che non è più interessante continuare a discutere di quanto il giornalismo di oggi sia peggiorato rispetto agli standard del passato, ma quanto soddisfi i bisogni del presente: e questo dipende da come i siti alla Gawker, nel dare ai lettori quello che vogliono, gestiscono l’impegno di spiegare il mondo.

I media esistenti devono diventare leggermente ma decisamente più Gawker: lo stiamo facendo anche qui, alla rivista che fu fondata da Ralph Waldo Emerson. (…) Se accettiamo che anche  i media diventino sempre più orientati dal mercato e che un’etica condivisa nella forma di norme e regole abbia sempre meno effetto, i rischi si riassumono così:

– che questa diventi un’epoca di bugie, stupidità e una totale Babele delle verità in cui nessuna autorità possa più sancire cosa è vero e cosa è un fatto
– che i media non coprano più abbastanza di ciò che conta davvero, trascinati verso le sirene dell’intrattenimento e via dalle deprimenti realtà del parlamento, dell’Africa, del sistema scolastico, del grande business
– che le forze che polverizzano la società in comunità sempre più piccole diventino sempre più forti, con la gente che si ritira sempre più nei suoi microcosmi di informazioni
– e che la nostra capacità di pensare, concentrarci e decidere peggiori, man mano che un sistema informativo ottimizzato per attrarre visite rapide diventa una macchina da distrazione continua per la società nel suo complesso, rendendo ogni problema individuale e collettivo più difficile da comprendere e risolvere

Alle prime due di queste cose si riferisce tra l’altro esattamente l’anomalo progetto editoriale del Post: il tentativo di dire cose vere e affidabili e quello di ricostruire una gerarchia delle notizie non succube delle fesserie e dei titoli ad effetto. La terza è una nostra intenzione più ampia, non solo giornalistica. Sulla quarta abbiamo maggiori dubbi di potere intervenire, anche indirettamente. Ma ci siamo chiesti più volte se, in tempi così proficui e creativi in termini di innovazione, questo progetto non sia troppo “conservativo”: avversa un cambiamento deplorevole, e quindi di fatto cerca di ricostruire un presunto vecchio sistema. Dice la stessa cosa Fallows: “La nostra protezione da questi rischi è in parte difensiva, conservativa”. Significa andare controcorrente alle forze della storia, dice: ma ricorda anche che le forze della storia non hanno un calendario esatto, e che anche i musei, i piccoli college privati e la campagna agricola francese vanno controcorrente alle forze economiche della storia, ma nessuno di questi scomparirà la settimana prossima. Una cooperazione con ciò che esiste è possibile e meno costosa di tentare di ricostruirlo quando non ci sarà più.

Poi Fallows aggiunge un inciso che apre una parentesi così grande e attuale che voglio scriverci un post separato, sulle perdenti battaglie per la verità giornalistica e politica. Ma conclude così.

Mai nel percorso della storia del giornalismo nessuno è stato in grado di capire cosa sarebbe sopravvissuto e cosa no. Nella mia lunga carriera ho visto nascere – e morire, o vincere – abbastanza pubblicazioni e progetti da sapere quanto sia difficile prevederne i risultati. Tendo quindi a vedere con favore praticamente ogni nuovo progetto, che potenzialmente potrebbe diventare il nuovo Rolling Stone, Wired o New York Review of Books che ci aiuta a capire il mondo. Forse abbiamo infine esaurito le possibilità per un giornalismo che offra una prospettiva accurata e utile.  Se è così, i nostri problemi pubblici non potranno che peggiorare, mancandoci i mezzi per capirli e discuterne.
Ma forse questa apparente ultima scena è in realtà una prima scena nel percorso e nelle volontà collettive di trovare nuovi modi di spiegare il mondo e nella capacità individuale di indagare, pesare e interpretare la sempre ricca fornitura di informazioni disponibili. Pensate alle rivolte in Iran e in Egitto. Pensate alle risposte allo tsunami in Indonesia e al terremoto ad Haiti. La mia esperienza della storia politica e tecnologica mi fa pensare sia ancora presto. E in più, è inutile pensarla diversamente.

E chi ha voglia di pensare, capire, inventare – e migliorare il mondo – raramente ha avuto tempi più fertili.

Altre cose:

18 commenti su “Post con troppe cose dentro per un titolo chiaro

  1. stefano bonilli

    Sempre più notizie, sempre più fuffa, internet che abbandona qualunque ragionamento per inseguire solo gli ascolti, i click, per confermare la regola dello scrivere quello che la gente vorrebbe leggere.
    Per questo, perché va esattamente in direzione opposta, mi piace il Post.
    Peccato che i giudizi molto negativi sul troppo applaudito e scopiazzato Gawker li leggeranno in pochi.

  2. sergio62

    Bene, attendo l’uscita del libro con curiosità. E, magari, mi piacerebbe sentire la presentazione da parte dell’autore a Roma- sarebbe un momento di grande arricchimento culturale

  3. Raffaele Birlini

    Partiamo da qualche constatazione: la maggior parte delle statistiche prende la forma ‘normale’, o gaussiana, la classica campana. Questo significa che la maggior parte del campione si posiziona nel mezzo e si applica ai siti internet, ai giornali, alle votazioni politiche, alle autovetture, ditemi una cosa qualsiasi e vi mostro la sua distribuzione gaussiana.

    Avremo dunque nicchie di mercato ai lati della campana, ed è lì che si pone la Ferrari, i vegani, le riviste scientifiche, i manuali di ricamo, le tazze per mancini gay, e anche i giornali che raccontano i riferimenti storici del pensiero politico del candidato pinco pallino in riferimento alle opportunità economiche offerte dal recente accordo internazionale, o i giornali che non accetteranno mai di pubblicare le inserzioni per cuori solitari.

    Quelle che consideri scelte di etica professionale, considerazioni sul significato di un mestiere, in questo caso il giornalista, sono in realtà la presa di coscienza di un mercato che, una volta liberamente e interamente accessibile, eliminate le barriere protezioniste – non garantiste -, rivela la forma della campana, portando alla luce le preferenze della maggioranza degli utenti, clienti, consumatori. Sì, perché non è vero che il pubblico, i lettori, leggono anche il manuale di istruzioni del televisore pur di leggere qualcosa. Se i giornali ‘brutti’ vengono letti da molte più persone non vuol dire che quelle persone, a togliere di mezzo i giornali ‘brutti’ leggerebbe quelli ‘belli’.

    Lo stesso vale per la tv, i libri, il cinema. La bassa qualità dei prodotti più venduti può essere causata da due fattori: la domanda o l’offerta. Offerta se l’alta qualità costa troppo, e allora avrebbe senso parlare di un mercato che la vorrebbe ma non può permettersela. La domanda invece è altro paio di maniche: infatti significa che la qualità il mercato non la assorbe nemmeno gratis. Quello che si propone magnificando la nobiltà del giornalismo serio, o della letteratura impegnata, o del cinema d’autore, o del cibo fatto in casa come una volta, è dunque una proposta di modifica profonda della domanda mediante un rifiuto di adeguamento dell’offerta.

    Ovviamente una offerta vincolata non è una opzione liberale né liberista e non può trovare consenso in chi sia contrario a qualsiasi forma di manipolazione autoritaria del mercato con mano visibile o invisibile dello stato o con l’accordo fra produttori che non sarebbe altro che un cartello. La maggior parte dalla gente, il centro della campana, non ha studiato né gli interessa studiare, preferisce uno slogan a una spiegazione articolata, guarda trasmissioni sportive o divertenti e non documentari o roba culturale. Ma non da oggi, non da ieri, non per colpa della tv o di internet, è sempre stata così la distribuzione statistica della popolazione, e semmai prima era ancora peggiore di adesso, e la funzione ‘pedagogica’ era espressione di governi democratici solo in virtù del suffragio e non certo per un baricentro del potere nelle mani dell’uomo della strada.

    La decisione critica consiste nello scegliere fra il declino e la decadenza di una democrazia assoluta – o come dicono alcuni, referendaria – e il pericolo delle elites senza controllo. Infatti se da una parte vediamo soddisfare e quindi legalizzare – anche moralmente – la maggioranza gregaria e circonvenevole al posto di motivarla al miglioramento e all’eccellenza, dall’altra parte evitiamo di trovarci di fronte al muro di elites squilibrate, opinioni pubbliche succubi di sovrastrutture intellettuali e istituzionali di stampo illiberale.

    Se i meccanismi di selezione della classe dirigente sono efficienti e se il dibattiti ad alto livello non vengono sacrificati a considerazioni elettorali, la funzione dell’informazione diventa supplettiva e strumentale a vuote propagande contrapposte senza che ne soffrano i meccanismi di governo. Quando invece la classe dirigente è inadeguata al compito, ecco che diventa più facile trovare delle responsabilità nei media come aggregatori di consenso e costruttori della pubblica opionione. Nei paesi che funzionano non si sente il bisogno di sindacare le regole del libero mercato, il problema della qualità dell’informazione è meno pressante che nei paesi che risentono di una diffusa carenza di competenze nella classe dirigente.

    PS: scusate eventuali refusi e periodi pochi chiari, sto usando il netbook e non ho intenzione di spaccarmi gli occhi a rileggere su questo schermino.

  4. Callo

    Il Post mi piace proprio perchè non segue le regole instupidenti di Internet… Continuate così!

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  6. Steve Romano

    Troppo lunga ‘sta spataffiata! Chi me la riassume in due paragrafi, brevi?

  7. minimAL

    @Steve Romano
    in sintesi Luca scrive: “io sono io, e voi non contate un cazzo”.
    Più prosaicamente: è un rarissimo caso di onanismo 2.0
    A latere, mi chiedo come dovremo affrontare il suo libro – e i suoi gattini, tenendo conto che nel giugno del 2010 il nostro vate scrisse “Non leggo libri da mesi e mesi, forse anni: cioè, li apro, ne leggo dei pezzi, o li sfoglio, ma non li riprendo quasi mai. Ne apro degli altri, eccetera. So di cosa parlano, insomma, e anche come sono scritti. Conoscenza superficiale, eccetera: ma io avevo un’attitudine alla conoscenza superficiale già prima che il mondo diventasse a mia immagine ed accoglienza”.
    Coraggio,
    Alessandro

  8. Giorgio T

    Luca, nell’incontro di oggi a Milano (cui non ho potuto assistere fino in fondo) hai sostenuto che fare un prodotto di nicchia sia, almeno finanziariamente, impossibile qui in Italia. Il fatto che poi l’unico esempio di successo citato da tutti sia Internazionale la dice lunga in merito. Ma allora? Non è che almeno per i grandi quotidiani l’uovo di Colombo consista proprio in ciò che stai facendo al Post, cioè fare le cose bene? Se su internet il traffico è generato soprattutto dal boxino morboso, su carta siamo sicuri che se sul Corriere non si parla di gossip o stronzate varie o se si eviti di raccontare balle il numero di lettori diminuisca? Quanti comprano il Corriere sapendo di potervi leggere anche i commenti sull’isola dei famosi o le chiacchere sui politici? Io dico pochi o comunque meno dei lettori che sarebbero conquistati da un giornale fatto bene.E’ un illusione? Passando all’online e alla fotografia. Quanti lettori in più ha conquistato il Boston Globe tramite un’idea “semplice” come the Big picture?

  9. mico

    Sai, io credo che la reputazione sia tutto nel web 2.0, o 3.0 che verrà. Una barriera minima alla pubblicazione sta a significare che qualunque pirla può pubblicare, ma rimane fermo che io voglio leggere chi mi aiuta a capire, non chi mi confonde le idee o chi mi strilla nell’orecchio i suoi preconcetti.
    Per questo la reputazione è una parola chiave.
    Il Post si è fatto un nome per essere un sito in cui il fact checking è praticato e per la lunga serie di spiegoni (“quello che si sa su …”) in cui tutti i coriandoli sparati dalle altre fonti di informazione compongono in qualche modo il mosaico.
    Ne parlavo stasera con un amico e mi ha rappresentato questa stessa opinione, senza essere sollecitato.
    Se mai, nel mondo del web 2.0, una barriera bassa alla pubblicazione, sta a significare che anche un piccolo può raggiungere il livello di reputazione di un grande giornale.
    Quanto a fare i numeri e attrarre sempre nuovi lettori, quello è l’antico conflitto fra pensare alla qualità del proprio lavoro e pensare a fare i quattrini. Ci sono isole felici dove le due cose coincidono, una è la Apple, ma non so se esistono nel giornalismo in lingua italiana.

  10. george kaplan

    E’ un argomento davvero molto interessante.
    Il mio famoso(tra i miei amici) teorema del “pastone”.
    I maiali in un porcile. Non so se siate mai stati in campagna, ad ogni modo, se tu butti nella mangiatoia qualunque cosa i miali arrivano al galoppo per mangiare. Cosa? Qualunque cosa! Tu gli puoi dare qualunque cosa, che loro la mangiano.
    Io penso che sia addirittura peggio di come scrive Fallows: la gente non ha più il senso del gusto. Non solo i giornali scrivono quello che la gente vuole sentirsi dire (perché uno negli anni ’60 avrebbe dovuto acquistare l’Unità), questo lo hanno sempre fatto, meno di quanto non avvenga oggi, ma lo hanno sempre fatto, per lo meno da quando esistono i giornali di partito.
    Io penso che oggi il problema è che non c’è più nemmeno questa appartenenza.
    Uno va sul sito del Corriere della Sera e legge tra le dieci notizie più lette di oggi(e dire che ce ne sarebbero..):”LITE (POLITICA) SULLE FOTO DI AMBRA”; “HASSELHOFF: IL MIO CRUCCIO E’ PAMELA”; “TENTA DI VIOLENTARE 90ENNE POI LA BUTTA DALLA FINESTRA”.
    Mi sembra che basti questo.

  11. Pingback: Lungo, denso e bellissimo « paolos

  12. Fabio

    Non è molto convincente la distinzione tra democrazia e demagogia. Quantomeno perché da una parte si pone come una novità del caso italiano ciò che è intrinseco ad una metamorfosi negativa dell’assetto democratico dall’altro si porta avanti una critica sempiterna degli spiriti aristocratici rispetto all’assetto democratico (da considerare che l’aristocrazia si volge rapidamente in oligarchia dal momento che non è sempre chiaro e assicurati che siano i migliori).

    “Sintomatica è, in questo senso, la divergenza tra Tucidide e Platone nel giudizio su Pericle. Per Tucidide Pericle è colui che “tiene a freno il demo e lo trascina anziché esserne trascinato”, colui che rifugge dal parlare “per compiacere” (II, 65, 8). Per Platone Pericle è colpevole come corruttore del demo, per averne sollecitato le peggiori inclinazioni (Gorgia, 515 d-e).”
    http://www.treccani.it/enciclopedia/demagogia_(Enciclopedia_delle_Scienze_Sociali)/

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