È la democrazia, bellezza

Ho conosciuto Giovanni Orsina a una cena, un anno fa: c’erano altre persone interessanti, ma di Orsina e di un altro commensale – entrambi provenienti da formazioni accademiche e più convenzionalmente “studiosi” – mi diede da pensare l’articolazione e la strutturazione delle loro riflessioni intorno ai temi di cui si è parlato in questi anni, le difficoltà della democrazia, i pericoli e responsabilità della cattiva informazione, le frustrazioni individuali diffuse e i risentimenti degli italiani. Più che persone che osservano – come quelle che sono abituato a frequentare – sembravano persone che studiano.
La riflessione che feci – suono più ingenuo di quel che sono, lo so, ma è un post in cui metto in fila un po’ di pensieri, portate pazienza: anche per l’autoreferenzialità – è che molto di quello su cui diversi di noi discutono e riflettono e analizzano della contemporaneità, producendo valutazioni, spiegazioni, letture che a volte sono brillanti, utili, chiare (altre volte meno) sottovaluta che gran parte di tutto questo sia stato già ampiamente messo in ordine da studiosi del passato e del presente in ambiti che spesso non si frequentano a sufficienza.
Siamo un po’ ignoranti, studiamo poco, siamo travolti da dati quotidiani e contemporanei e ci troviamo intuizioni e fili che qualcuno aveva già trovato, ma noi non abbiamo il tempo di studiare anche il passato: viviamo il presente, guardandolo, e pure capendone un sacco di cose, ma un po’ autodidatti.

È una delle reazioni che ho avuto di nuovo leggendo il nuovo libro di Orsina, che si chiama La democrazia del narcisismo (Marsilio). A voi che siete miei amici direi – con sprezzo della presunzione – che è Un grande paese scritto da uno che ha studiato, a differenza mia (ci sono concetti e analisi impressionantemente simili, come se avessi copiato sette anni fa un libro uscito oggi). Per suonare più umile – a voi che non siete miei amici – direi oppure che è un saggio che spiega con grande ordine cosa siano le democrazie, cosa siano da sempre, e come quello che sta succedendo loro sia nella loro natura da sempre: e quanto siano sterili e velleitarie le analisi come le mie che pretendevano di vedere in quello che succedeva una crisi superabile con l’ottimismo della volontà (o la volontà dell’ottimismo). Pretesa da cui in effetti ho piuttosto ripiegato, da allora, visto come sta andando: basti dire che uno degli approcci di quel mio libro era “Possiamo prendere esempio dalle cose ammirevoli della democrazia americana?” e quello che è successo in questi sette anni è che invece la democrazia americana ha preso esempio dalle cose deplorevoli della nostra.
Corretta la diagnosi, sbagliata la cura, penso oggi.

Il libro di Orsina racconta sia questa precocità italiana che molte altre cose familiari a noi frequentatori di questo blog (le priorità dell’affermazione di sé nelle scelte individuali e collettive, le esaltazioni dell’indignazione, la ricerca dei capri espiatori nel dibattito pubblico, le responsabilità dei media, il disinteresse di ognuno per il bene della comunità rispetto al bene dei singoli: bene malinteso, perché a sua volta può passare solo per il bene della comunità) ma lo fa ancorando queste riflessioni a quelle di alcuni autori fondamentali nella storia del pensiero (Tocqueville, Ortega y Gasset, Huizinga, Canetti, Montale), col risultato di rendere il lettore molto più pessimista di quanto già non sia. Quello che sta succedendo non è cosa di questi tempi, ma degli ultimi due secoli: non è un incidente (un incidente, semmai, è stato il promettente dopoguerra, se non lo stesso concetto di progresso, sostiene Orsina).
Ma non voglio disincentivare la lettura: è un libro che – malgrado sia scritto seriamente da un serio accademico, e quindi privo di invenzioni sulle lasagne, i tram o Dino Zoff, e capace invece di espressioni come “palingenetiche” e “psicomorfo” – mi ha tenuto attaccato per 170 pagine grazie alla sua grande chiarezza e al riordino causale di fattori e sviluppi nella storia recente dell’Occidente e delle sue democrazie (con frequenti semplificazioni, su cui l’autore è il primo a mettere in guardia), e alla sua illuminante tentazione a convincere il lettore che “tutto torni”. Tentazione rischiosa, ma di sicuro avvincente: l’importante è restare fedeli al suggerimento dell’autore che alcune di quelle esposte siano “ipotesi”. E in ogni caso, che quelle ipotesi siano state fatte duecento anni fa, cento anni fa, cinquanta anni fa, dagli osservatori citati, e siano straordinariamente aderenti a quello che vediamo e commentiamo oggi, è di per sé rivelatore e disarmante, per noi ignoranti.
Orsina non si sottrae nel finale alla domanda “come se ne esce?”, da cui è ricattato inevitabilmente qualunque osservatore delle cose, siano esse crisi delle democrazie o falsificazioni delle notizie: la risposta non è esattamente soddisfacente, ma non la spoilero. Temo che su questo sia più convincente la mia: ci se ne fa una ragione, e ci si dedica al riflusso (che poi è pure un modo di rimettersi a studiare).

Altre cose: