Com’è andata a finire

Ammetto che si tratti di un’analisi molto sbrigativa, ma è da qualche giorno che sono tentato di condividerla, come quegli anziani che si trovano al bar per dirsi divertiti “ma hai visto, coso? Ti ricordi?”: quando quasi 15 anni fa ci mettemmo con un gruppetto di benintenzionati a cercare di cambiare qualcosa in un PD vecchio e fossile – politicamente e anagraficamente – e poi andò come andò, uno dei simboli più palesi di un modo anacronistico, traffichino e ombelicale di fare politica allora nel partito e intorno al partito, era Goffredo Bettini. Niente di personale – ci saremo incrociati due volte, e ora ho l’età che aveva lui allora – e anzi lui lo ha sempre rivendicato con una certa disinvoltura, quel modo, aggiungendo sfacciataggine impunita a un’idea manipolatrice e autosufficiente del potere, e di un potere di altri secoli (ho ritrovato una sua polemica con Mastella, per dire). Erano quasi 15 anni fa, appunto, e poco dopo – non per merito nostro, ma ci eravamo impegnati – quel simbolo sembrò sparire di scena, con altri.

È quindi con un certo disperato buonumore (“allegria di naufragi”, mia e sua) che osservo come negli sterili e oscuri dibattiti estivi sulle sorti del PD che occupano alcune trascurate pagine di giornali e siti di news, nel 2020 la rappresentanza del partito stesso e della sua leadership sia di nuovo credibilmente affidata – in virtù di non si sa cosa, ma “non si sa cosa” è la più esatta definizione del PD attuale – a Goffredo Bettini. A ulteriore dimostrazione di una sconfitta dei noi di allora, ma con rinnovata speranza per i noi tra 15 anni.

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