La pre-verità

Perdonatemi l’atteggiamento da esperto su una delle pochissime cose su cui un po’ lo sono: lo so come suona e me ne scuso, ma non sto a fare salamelecchi ipocriti. È che quando è dilagato – qualche mese fa – il dibattito sulle notizie false, a quelli di noi che se ne erano occupati per molto tempo è sembrata un’ottima cosa e un successo: che un problema che era stato a lungo trascurato o accusato di essere un capriccio venisse infine riconosciuto come un tema centrale nel funzionamento delle nostre società e democrazie. “Son trent’anni che lo dico“, avrebbe detto Cacciari. E abbiamo immaginato che ora la questione potesse essere raccolta e affrontata da forze e istituzioni più efficienti e capaci di noi, che – si direbbe – non abbiamo concluso granché in tanto tempo di debunking e divulgazione sulle falsità messe in circolazione da vecchi e nuovi mezzi di informazione.

Invece è finito già tutto in caciara, almeno in Italia.

1. Il dibattito sulla “post verità” è importante e particolare, ma è stato fuorviato e banalizzato. Ora va molto sostenere che la parola sia stupida, pretestuosa, e sia un inutile sinonimo di “bugia”: ma è perché non la si è capita, e non si è capito di cosa si parlasse, quando si è cominciato a parlarne. Certo che le bugie ci sono sempre state: ma con “post verità” si intende non la bugia ma una condizione culturale nuova per cui la distinzione tra bugia e verità non è più rilevante, non è più un valore, non pone la verità in una condizione di forza rispetto alla bugia. È, per metterlo in un contesto, uno sviluppo del già discusso tema della fine del valore della competenza o del sapere, quello per cui per esempio abbiamo cominciato da tempo a votare e promuovere “persone normali”, “come noi”, in posti di responsabilità, piuttosto che persone dotate di sapere. Là avevamo sdoganato l’ignoranza, adesso abbiamo sdoganato la menzogna (in tempi in cui ognuno è incentivato a esprimersi sempre, l’ignoranza – che se è passiva non è una colpa – si trasforma in menzogna).
È di questo, che stiamo parlando: del fatto che oggi menzogne palesi, smentite, contraddette dai fatti, non solo non abbiano conseguenze per chi le dice, ma lo premino: che paghino. Non che paghino le menzogne – è sempre successo, bella scoperta – ma che paghino anche quando sono pubblicamente disvelate: che si tratti di successi politici, carriere personali, vendite dei giornali, clic. Per farla breve, che non gliene freghi più niente a nessuno, se una cosa è falsa o vera.

2. Questo è opinabile, naturalmente. Molti sostengono che anche su questo piano le cose non siano cambiate, e che sia sempre stato così. Le persone di Valigia Blu per esempio mi hanno ricordato il caso della rielezione di Nixon, in una discussione su Twitter. Non mi convince, ma è un argomento, ed è una discussione coerente col tema vero.

3. C’è una peculiarità tutta italiana della discussione, che avrebbe potuto renderla ancora più importante e invece l’ha sbracata. In Italia l’accuratezza e l’affidabilità dei mezzi di informazione tradizionali è straordinariamente bassa, in generale. Ci sono casi più o meno scellerati, e misure diverse di cattiva informazione: ma nessuno è esente, è proprio una cosa culturale del giornalismo professionale italiano, dalla quale sono eccezionali e ammirevoli le sottrazioni e le ribellioni. In Italia non esiste nessun giornale – men che mai telegiornale, eccetera – che abbia l’autorevolezza e l’accuratezza, nel garantire di non diffondere notizie false, che in altri paesi in cui ugualmente è pieno di quotidiani screditati hanno alcuni mezzi di informazione “seri”. È una antica riflessione su cui non torno, ma che ha radici storiche e culturali: e di cui nessuno ha mai scritto estesamente su nessun giornale, per ovvie e insuperabili ragioni. Ma questo rende impraticabile il dibattito sulle “fake news” nei termini in cui sta avvenendo in alcuni altri paesi, dove la differenza tra New York Times, Washington Post, Guardian, Le Monde, Zeit, e i produttori vecchi e nuovi di notizie false è percepibile, e il discrimine tutto sommato visibile (con inciampi e sbandate, ma che sono l’eccezione, di solito sanzionata). In Italia – sono il primo annoiato a ricordarlo – una speciale “post verità” c’era da pre. E quelli che in altri paesi sono oggi gli interpreti delle riflessioni sul tema, in Italia non se lo possono permettere, salvo una radicale e rivoluzionaria inversione di cultura. Che non mi pare proprio stia avvenendo, e prima di proseguire argomento e dimostro un’ennesima volta, se servisse ancora.

4. Due anni fa i media tradizionali italiani furono protagonisti di uno dei casi meno trascurabili e perdonabili – di solito, a sottolineare le falsità dei racconti giornalistici si è accusati di pignoleria superflua – di diffusione di notizie infondate: quello in cui agli italiani fu raccontato che a vaccinarsi contro l’influenza si poteva morire, e tanti non si vaccinarono. A dimostrazione del fatto che non è cambiato nulla, in questi giorni sta succedendo di nuovo, in forma speculare. Dopo aver prodotto titoli sull’allarme meningite, la paura meningite, eccetera, incentivati sempre dai criteri terroristici su cui si basa gran parte della produzione di titoli – ma anche di articoli -, negli ultimi giorni quotidiani e telegiornali hanno ritirato la mano e si stanno addirittura chiedendo meravigliati da cosa nasca la “psicosi” di quei fessi degli italiani che ora fanno la coda per vaccinarsi e si agitano e protestano se non ci riescono. Il fatto – dimostrato, noto da subito, pubblicabile: volendo – che non ci sia nessuna emergenza e nessuna straordinarietà nei casi di quest’anno, viene ora presentato come una sorta di parere come un altro: tra virgolette, o attribuito a qualcuno, opinabile.
Succede ogni giorno, in misure e con conseguenze diverse: ma capirete che non è proponibile in simile contesti che la soluzione proposta dai giornali contro la disinformazione siano i giornali stessi, e che non sia credibile un dibattito gestito eludendo completamente questi limiti dell’informazione tradizionale italiana, e in cui il direttore di Repubblica – della cui buona fede e ottima predicazione non dubito – sostenga che

nel dibattito sui falsi che circolano in rete non siamo noi i colpevoli. La prima responsabilità ricade infatti su chi da anni predica l’inutilità di esperienza e competenza

La prima responsabilità ricade su chi da decenni ha tenuto l’accuratezza e il rispetto della realtà fuori da queste esperienza e competenza, e fuori dalle maggiori priorità del lavoro giornalistico. Non sono qui ad accusare nessuno – “voi col ditino alzato”, è la reazione prevalente nelle redazioni rispetto alle obiezioni -, che è inutile e controproducente (dissento in questo dalle violente e polemiche critiche – fondatissime nel merito – di Paolo Attivissimo, lui sì vero eroe transnazionale da tempi non sospetti della battaglia contro le “fake news”: perché temo generino complessi di persecuzione, arroccamenti e infantili rifiuti di “accettare lezioni“), però ripeto: per come sono fatti oggi, i media tradizionali italiani non hanno i titoli per ospitare un dibattito contro la diffusione delle notizie false, meno che mai per proporre delle soluzioni. Cosa che peraltro fa suonare a molti ulteriormente estraneo un ordine professionale molto attento a difendere se stesso e alcuni suoi iscritti, ma completamente disinteressato alla qualità dell’informazione. Ma questa è un’altra storia.

5. Questo non vuol dire che non esista il problema della diffusione di notizie false attraverso internet: ovvero – perché internet è fatta in cospicua parte anche dalle grande testate giornalistiche – da chiunque di noi sui social network, e da qualunque sito indifferente ai principi giornalistici di rispetto dei fatti, delle verifiche, delle fonti, dell’accuratezza (indifferente consapevolmente o no). È un problema enorme e molto preoccupante, e che coinvolge tutti. È di questo che dovremmo occuparci e capire se esista un modo per restituire all’informazione esperta e professionale, dotata di un’etica e di una funzione sociale e democratica, una forza e un ruolo rispetto alla disinformazione: è questa la questione della “post verità”. È una questione identica a quella dello svilimento della politica professionale: dove i fallimenti e le mediocrità mostrati da una grande parte di politici hanno seminato l’idea – aizzata da altri politici interessati, o ancora dai giornali – che le stesse cose le possa fare chiunque di noi, e magari meglio.
E non è un tema da poco, tanto che ne è investito tutto il mondo. Lo si affronta in primo luogo mostrando ogni giorno la differenza di qualità tra un giornalismo attento e una chiacchiera cialtrona: non limitandosi a vantarla in nome di non si vede cosa. Ridurlo invece a un’occasione per chiamarsi fuori e far valere un tesserino screditato, è il peggior modo di affrontarlo. Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo, come diceva quello.

6. Non bastasse, il dibattito in Italia è entrato anche nel grande frullatore della polemica politica cialtrona e ne è stato dirottato, con protagonista principale il M5S. Seguitemi: un partito che è il maggiore promotore di propaganda falsificatrice, bufale, e allarmi infondati; un articolo di giornale che espone tutto questo con maggiore visibilità, ma che sbaglia l’attribuzione del caso principale su cui sono basate le accuse; il leader di quel partito che – proprio perché grande sparatore di grosse – viene ripreso con enorme eccitazione dai media tradizionali a ogni fesseria che dice (è l’accusa che ora viene fatta alle testate giornalistiche americane rispetto a Trump: il quale però è uno misurato, in confronto); il leader stesso che sostiene prima che la “post verità” sia una specie di complotto mondiale per nascondere la verità, e poi che contro la “post verità” dei giornali debbano intervenire i cittadini comuni (in “giurie popolari”), in un’inversione che è esemplare del parallelismo con la politica; e nel frattempo racconta ai suoi fans di essere stato celebrato da una testata straniera come “tra i leader più influenti”, mentre quella lo aveva indicato come uno “che rovinerà l’Europa“; una tonante reazione di giornalisti che – in sprezzo dei colleghi perseguitati seriamente, che ci sono – si proclamano vittime di una persecuzione e gridano “bavaglio!”; un responsabile dell’Agenzia preposta che propone che istituzioni pubbliche giudichino le notizie vere e false; un direttore di tg che si offende non di nient’altro, ma che in un’immagine a corredo delle accuse summenzionate ci fosse il logo del suo tg, e annuncia querele; il leader del partito che spaventato si scusa e rinnova la sua fiducia al direttore di tg; il direttore di tg che dice “ah, ok, allora va bene”; ed è tutto questo che occupa pagine e minuti di dibattito sulla “post verità”, suggerendo che alla fine questo tipo di informazione in Italia vinca sempre, perché capace di nutrirsi anche di se stessa e anche dei suoi fallimenti.

7. Risultato, i protagonisti della questione in Italia sono quattro: i falsificatori online, i falsificatori nelle testate giornalistiche; i falsificatori in politica; i peculiari falsificatori del M5S. Non si capisce chi rimanga con cui discuterne seriamente e con l’idea che possa servire a qualcosa: non resta che continuare a svuotare il mare col secchiello, e rammaricarsi della propria ingenuità nell’avere immaginato che la preoccupazione attecchisse, finalmente.

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