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Vedo solo ora che i miei vecchi ragionamenti sulla centralità del deejay nei nostri tempi sono stati ripresi anche su IL il mese scorso.

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Chiamali destini

Sulle primarie ci sono momenti di tensione all´assemblea nazionale del Pd. Pippo Civati e Salvatore Vassallo, che fino alla fine hanno insistito, ritirano l’ordine del giorno pro primarie. «E come avremmo potuto fare diversamente, dal momento che Bersani ha posto la fiducia su di sé, e ha dato la sua parola che non resterà lettera morta?», si sfoga Civati. E infatti Bersani s’impunta: «Perbacco, sono il segretario, sia pure pro tempore, se assumo l’impegno che quelle primarie le facciamo nel caso in cui non si riuscisse a cancellare il Porcellum, è così. Però chiedo: se nell’altro giro, avessimo fatto le primarie, con Berlusconi che vince e porta in Parlamento i nominati, in che cosa sarebbe cambiato il destino dell’Italia?».

Leggo queste righe su Repubblica, oggi, e mi chiedo cosa abbia voluto dire Bersani. Perché il significato più immediato mi sembra che sia che poco sarebbe cambiato se si fossero fatte le primarie nel 2008, giusto? E quindi Bersani ritiene che il guaio del porcellum fossero le liste bloccate, l’assenza delle preferenze, ma non la scelta delle composizione delle liste da parte dei partiti senza coinvolgimento preventivo degli elettori.
Cerco di seguirlo: Bersani pensa che sia giusto che gli elettori partecipino a una specie di ballottaggio tra candidati che sono stati però scelti dal partito. Può avere senso, non so, non sono mai stato un fanatico delle primarie, ma le penso un rimedio utile quando i partiti si dimostrano incapaci di scelte oculate ed efficaci, come è avvenuto in questi anni. Mi chiedo per esempio: Calearo?

Se ci fossero state le primarie, nel 2008, che sarebbe stato di Calearo? Si sarebbe candidato o no? Le avrebbe vinte o no? Avrebbe guadagnato preferenze in lista o no? Chi lo sa, però è plausibile immaginare la possibilità che Calearo non sarebbe diventato parlamentare. Oppure Binetti. O anche Rutelli: va’ a sapere che succedeva, con le primarie. Metti che questi fossero stati bocciati con le primarie – ci sta, no? – non sarebbe cambiato il destino dell’Italia, no, in effetti no. Però questi sono solo alcuni di quelli che dopo hanno abbandonato il PD, che hanno tradito elettori che non li avevano mai legittimati personalmente: Calearo, per dire, ha votato contro la sfiducia al governo Berlusconi il famoso 14 dicembre 2010. E ha votato contro anche Cesario, eletto nel PD in Campania con le liste bloccate. E Berlusconi si salvò per tre voti, che se al posto di Calearo e Cesario scelti dal partito ci fossero stati altri due eletti dalle primarie e più fedeli al volere degli elettori del PD, quel 14 dicembre cadeva il governo Berlusconi.

Certo, direte voi, la storia non si fa con i se: troppe sono le variabili, e questo discorso ha poco senso, va’ a sapere che succedeva, va’ a sapere cosa usciva dalle primarie. Ma mica l’ho fatto io: l’ha fatto Bersani. E allora la risposta alla sua domanda è: “forse sarebbe caduto Berlusconi perché sconfitto dal PD e non per suo abbandono, un anno dopo”. Vedi un po’.

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Notizie che non lo erano

Come ogni storia giornalistica di grande rilievo e concitazione, l’affondamento della nave Costa Concordia ha affollato i media italiani di errori, notizie false, strafalcioni. Molti telegiornali e trasmissioni tv hanno mandato in onda un vecchio video di un salone di una nave allagato e agitato dalle onde, come se fosse quello della Concordia. Ma è un video su YouTube da due anni relativo a tutt’altra nave e tutt’altro evento. Il sito di Repubblica si è fatto ingannare dall’orario sbagliato indicato su un altro video, questo sì della Concordia, e rivelato che “a mezzanotte la nave era ancora dritta”, smentendo quanto si era detto fino ad allora. Ma il video era stato girato in realtà un’ora prima, e non contraddiceva niente.
Ci sono poi molte cose su cui si è detto tutto e il contrario di tutto, e ancora non sappiamo quale sia la verità: verificheremo man mano che lo si capirà.
La rivista inglese Star ha pubblicato la prima intervista alla cantante Beyoncé dopo il parto, ripresa molto da altri media e da alcuni siti italiani. Ma lo staff di Beyoncé ha negato che quell’intervista sia mai stata rilasciata: “completamente falsa”.
Ancora il sito di Repubblica ha dato questa notizia: “Macabro ritrovamento in casa Pitt, secondo la polizia di Los Angeles nei pressi dell’abitazione hollywoodiana dell’attore sarebbe stata rinvenuta una testa mozzata. La polizia ha interrogato le guardie del corpo dei Brangelina e tra le piste ci sarebbe anche quella di un “omaggio” al film del 1995 Seven nel quale Pitt trova una testa umana in uno scatolone”. A parte il termine “Brangelina”, e il fatto che il ritrovamento sia avvenuto sulle colline di Hollywood vicino a moltissime case tra cui quella di Brad Pitt, nessuno degli articoli americani cita quella di “Seven” come una “pista” ma solo come una curiosità, una coincidenza.

 

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Non vorremo mica migliorare?

Ieri Giorgio Gori ha mandato al Corriere una sua proposta sulla Rai: un abbozzo di indirizzo generale, tutto da progettare, ma interessante e argomentato. Gori propone di dividere la Rai in due strutture che si finanzino una solo col canone (pagato da tutti e non evaso) e una solo con la pubblicità; la prima gestisca delle reti di servizio pubblico, di qualità e indipendente, la seconda sia competitiva sul mercato delle tv con altre reti.

Oggi il Corriere della Sera prova a crearci un “dibattito”: diciamo che interpellare come primo interlocutore Agostino Saccà, riconosciuto protagonista e responsabile di quello che la Rai è stata in questi anni in termini di scelte e funzionamenti (per non parlare di altri elementi di giudizio emersi su di lui nel frattempo), non è l’idea più interessante per un dibattito di qualità sul futuro della tv e sulle sue opportunità.

Quindi le obiezioni di Saccà al progetto di Gori sono prevedibili e conservative, indifferenti all’inadeguatezza odierna del servizio pubblico (che è una parola con un significato, non una definizione a priori) e all’inefficienza della macchina Rai. Saccà si congratula di presunti successi e risultati Rai, e sostiene il mantenimento dello status quo limitandosi a proporre di combattere l’evasione del canone, per investire di più sulle fiction (a proposito di servizio pubblico).

Ma la cosa interessante e sintomatica di meccanismi mentali che conosciamo e che governano l’Italia ancora oggi, è l’espressione usata all’inizio da Saccà per smontare la proposta Gori: “un po’ troppo illuminista, non tiene conto della realtà”. L’idea che nell’Italia del 2012 si debba tener conto della realtà per non cambiarla, e che progetti di miglioramento delle cose, persino “illuministi”, siano sbagliati per questo, è tautologica come obiezione (non cambiate niente, che se no le cose cambiano) ed è ciò che tiene l’Italia nella palude in cui si è cacciata. Che esistano e siano esistiti in questi anni uomini come Saccà che hanno ostacolato ogni possibilità di “illuminazione” di questo paese, definendo “troppo illuminista” ogni visione alternativa, basta a spiegare come siamo messi. “Tener conto della realtà”, badando a conservarla, è stato l’indirizzo finora.

Ma almeno, non chiediamo al Ku Klux Klan cosa pensa dell’abolizione della schiavitù.

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The Photographs of Your Junk (will be publicized!)

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Gelido

Nel 1985 Lloyd Cole pubblicò questa canzone, che si chiama “James” e non ho mai capito bene quale sia il problema del James ragazzo a cui lui parla, ma era deprimentissima, soprattutto se uno aveva all’epoca meno di vent’anni come sembrava di capire del protagonista. E si conclude dicendo “domani ti sveglierai, e niente sarà cambiato”.
Stava nel secondo disco di Lloyd Cole & the Commotions, come si chiamava la band allora, molto bello come era stato molto bello il primo: entrato dritto in quella corrente riverita di pop-jazz languido e un po’ patinato che sofisticò gli anni Ottanta più di plastica: Everything but the girl, Style Council, Sade, quelle cose lì. Poi Cole perse originalità, fece ancora buoni dischi che non si filò quasi nessuno, si trasferì in America e si appassionò al golf. Si dice in giro che da anni faccia concerti solo dove ci sono buoni campi di golf.
Non sono esperto abbastanza da sapere come sono i campi di golf di Roma, ma Lloyd Cole suonerà il 21 marzo alla Chiesa di san Paolo con un trio acustico. Ha fatto un disco nuovo l’anno scorso, ma spero faccia “James”, che ormai sono un vecchio gelido e non mi commuovo più. No, niente, è solo un bruscolino in un occhio.

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Della pirlaggine dei comunisti

Voi pensate che successo avrebbe oggi – coi tempi che corrono – una proposta politica che voglia ridiscutere il sistema capitalistico e finanziario e il funzionamento attuale della democrazia, se non se lo fossero bruciato massacrando e vessando milioni di persone.

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Chi sono quei due?

Su un certo strabismo di alcuni quotidiani a proposito del confronto tra il governo Monti e il governo Berlusconi, sull’uso di pesi e misure radicalmente distanti, oggi c’è un esempio piuttosto interessante su Repubblica.
Si parla della visita di Monti e di alcuni ministri in Vaticano, e fin dal titolo si sottolinea una presunta sovversione laicista perché “il premier saluta senza baciamano” (ricordiamo che stiamo parlando di un’udienza del nostro capo del Governo presso la sede di una grande congregazione religiosa, il capo della quale potrebbe far visita a Palazzo Chigi ogni tanto, visto quello che riceve: ma lasciamo stare). L’indipendenza della scelta del mancato baciamano è ribadita con un commento di Miguel Gotor sulla “laicità di Mario e il teatrino di Silvio”, dove a un certo punto si espone questo confronto:

La laicità e la sobrietà promanano già dal primo incontro col Papa, davanti alla porta della sua biblioteca privata. Un franco sorriso, un reciproco sguardo dritto negli occhi, ma nessun baciamano, alcun inchino, neppure accennato, da parte del premier. Siamo assai lontani dal contegno baciapilesco di Berlusconi che, in analoga occasione, il 6 giugno 2008, si esibiva in un baciamano degno di un vassallo: le mani giunte a ghermire quelle del pontefice, il busto proteso in avanti, il capo esageratamente chino, le labbra irritualmente poggiate sulle mani di Benedetto XVI, come avrebbe fatto con il dittatore Gheddafi, un anno prima della sua fine. I giornali di famiglia subito pronti a riprendere l’immagine per venderla sul mercato elettorale italiano.

E non c’è ragione di dubitare che Monti sia stato così sfacciatamente distaccato da ogni condiscendenza papaline. Ma certo, sostenere che ci sia stata una rivoluzione e sfottere così apertamente gli atteggiamenti originali e superati di Berlusconi diventa un po’ più difficile, considerate le immagini subito sopra queste parole che raccontano i ministri Terzi e Moavero nel corso della stessa visita.

il busto proteso in avanti, il capo esageratamente chino, le labbra irritualmente poggiate sulle mani di Benedetto XVI

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Notizie che non lo erano

Un articolo del Corriere di ieri ha raccontato che una delle prove contro l’ex vicepresidente del consiglio regionale della Lombardia, indagato per coruzione, è stata smontata dopo che la trascrizione di un’intercettazione è risultata sbagliata. Ecco per esempio come l’aveva raccontata a novembre Repubblica: “Le mazzette da 500 euro erano le “Big Babol”. A coniare la curiosa e finora inedita definizione – perfetta per una tangente: gustosa, morbida ma collosa come le gomme americane – è Rocca Orietta Pace, la moglie di Pierluca Locatelli”. Solo che quella “curiosa definizione” non è mai esistita: si è successivamente scoperto che la signora Locatelli, moglie dell’imprenditore che avrebbe pagato la tangente, aveva invece parlato di “big brothers” riferendosi a due fratelli su un tema del tutto estraneo all’inchiesta. Solo il Corriere ha corretto quella versione.
I siti di Messaggero, Repubblica e Stampa hanno pubblicato la foto di un “ratto gigante” trovato a New York. Ma la foto era stata diffusa su Twitter già tre mesi fa e senza nessuna indicazione più affidabile (alcuni siti avevano fatto ricerche e non avevano trovato nessuna conferma) e con un effetto prospettico assai ingannevole sulle sue reali dimensioni.
Il sito del Corriere della Sera ha messo in apertura per un’ora buona, giovedì, la notizia di controlli fiscali ad Abano Terme, dopo quelli discussi fatti a Cortina: che già non sembrava questa gran notizia, che la guardia di finanza facesse i controlli fiscali. Ma si è scoperto poi che per errore era stata fatta circolare una notizia di agenzia di due anni prima. Così il Corriere ha corretto l’articolo, intitolandolo “Verifiche fiscali, psicosi Cortina”.

 

 

 

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Altrove

Anch’io ho avuto un mio primo direttore. Non ne posso dire quello che si legge nelle biografie più illustri delle mie – il mio maestro, eccetera – perché l’esperienza della mia prima redazione fu precaria e disordinata, il progetto di un mensile maschile di Mondadori che poi ebbe successive trasformazioni aziendali (ne uscii che era diventato il sito Mondadori.com, precoce esperienza di news online per me assai istruttiva), sventato abbastanza da convincere poco anche il direttore incaricato, appunto, che si chiamava Luca Grandori e affidava quasi tutto il lavoro a noi. Era un simpatico appassionato del bel vivere che aveva frequentato ruggenti tempi del giornalismo, e intorno al quale si formò in quell’occasione un gruppo di persone che impararono molto dall’esperienza assieme e divennero molto amiche e lo sono tuttora.

Non ho poi visto Luca Grandori mai più, e mi sarebbe piaciuto incontrarlo per caso, per strada. Vite e persone diverse e lontane che un accidente fa diventare vicine per un breve periodo, e che quindi diventano inopinatamente un po’ vicine. Oggi uno di quegli amici mi ha scritto che Luca è morto, e mi dispiace.

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Con la musica

È uscito negli Stati Uniti un film del regista Cameron Crowe, con Matt Damon, che si chiama We bought a zoo: è la storia di una famiglia inglese che va a vivere in campagna in una tenuta che è uno zoo pieno di animali esotici (in Italia arriva a marzo).
Cameron Crowe è un grande appassionato di musica: cosa che ha raccontato in “Almost famous”, uno dei più bei film sul rock di sempre. Qualche mese fa è uscito il suo documentario dedicato ai vent’anni dei Pearl Jam. Per We bought a zoo ha fatto scrivere le musiche a Jonsi, il leader della band dei Sigur Ros: sono islandesi, eterei e ipnotici, e hanno avuto un gran successo qualche anno fa (è appena uscito un loro doppio live e faranno un disco nuovo l’anno prossimo). Crowe ha raccontato che per convincere Damon a fare il film gli aveva portato una copia di Local Hero (un vecchio film con le belle musiche di Mark Knopfler) e una raccolta di canzoni rock che gli dessero la sensazione di quello che voleva raccontare. Damon ne è rimasto colpito e nei giorni scorsi ha raccontato di quanto ascoltare la musica di Jonsi sia stato importante nel coinvolgerlo durante la recitazione del film: “va dritto al cuore, non è razionale, se sei un attore ti tira fuori le cose”. E Crowe ha spiegato che per la troupe e Damon la musica è diventata quello che è sempre stata per lui: “una specie di partner emotivo”. Quello è, la musica.

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È tutto quanto in movimento

È successo questo: ho voluto sistemare dei nuovi plugin da solo, come facevo da giovane. Ma sono arrugginito e non ho più tempo di fare le cose bene anche qui, quindi ho precipitato dei cambiamenti col php e ho rotto il template di Wittgenstein. Ora lo abbiamo sostituito – notate il cambio di persona al plurale – con quello standard in attesa di montarne un altro. Anche se confesso che quello standard, nella sua sobrietà da governo Monti non mi dispiace già.

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Un grande paese 2012

Durante le feste l’ebook della versione aggiornata di Un grande paese è arrivato sulle altre librerie online, compreso Amazon.

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Il futuro dei libri

Nella nuova introduzione a Un grande paese ho spiegato perché abbiamo deciso con Rizzoli di aggiornarlo e metterlo in vendita come e-book: soprattutto per ragioni di accelerata attualità dei suoi temi: il dibattito sulla crisi della democrazia e sul ruolo delle élites e delle competenze è diventato infatti come sapete molto vivace con la formazione del governo Monti.
Ma naturalmente ci interessava molto – per ragioni diverse, sia a me che all’editore – l’esperimento di rapido aggiornamento e messa in vendita reso possibile dal nuovo ruolo dei libri digitali. E quando il giorno stesso mi ha chiamato un giornalista di GQ per discuterne, la cosa che aveva stimolato la sua curiosità era soprattutto questa: e mi ha domandato se fosse arrivato il tempo del libro mai finito, in perenne potenziale aggiornamento.

La questione è interessante e a sua volta attualissima. La settimana scorsa ne ha scritto Nicholas Carr sul Wall Street Journal negli stessi termini.

I recently got a glimpse into the future of books. A few months ago, I dug out a handful of old essays I’d written about innovation, combined them into a single document, and uploaded the file to Amazon’s Kindle Direct Publishing service. Two days later, my little e-book was on sale at Amazon’s site. The whole process couldn’t have been simpler.
Then I got the urge to tweak a couple of sentences in one of the essays. I made the edits on my computer and sent the revised file back to Amazon. The company quickly swapped out the old version for the new one. I felt a little guilty about changing a book after it had been published, knowing that different readers would see different versions of what appeared to be the same edition. But I also knew that the readers would be oblivious to the alterations.

La considerazione affascinante che Carr aggiunge è sul rischio che anche i libri – un tempo simbolo della solidità nel tempo: il libro resta, e tutti quei miti lì – diventino oggetto dei capricci dei tempi, delle ricerche di mercato, dei trends di Twitter, del SEO, eccetera. Se il meccanismo attecchisse, io oggi aggiungerei al mio libro un capitolo sul ridicolo nome della figlia di Beyoncé appena annunciato – Blue Ivy Carter, per la cronaca – immaginando che questo lo renda più interessante a un nuovo pubblico che ne troverebbe immediatamente notizia su Google, o a cui lo annuncerei su Twitter. Oppure gli editori potrebbero trovarsi anche loro a voler raccogliere dati sui lettori, su quali pagine leggono e quali saltano, su cosa annotano, eccetera, per poi orientare la loro produzione rispetto a queste informazioni. Non vi sembri folle, è quello che già avviene con molto giornalismo online e non, e anche con molti libri anche se con strumenti meno raffinati: give the people what they want. È il futuro dei libri, forse. Ma anche la fine dei libri, come li conosciamo.

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«E l’ha vista, la Carlà?»

Solo una correzione al mio pezzo di ieri sulle scelte del Corriere: la tendenza Paris Match ormai sta dilagando, a giudicare dalle pagine date dagli altri quotidiani maggiori alle storie dedicate a “signore del bel mondo della politica internazionale”: solo sulla Stampa ci sono oggi due pagine piene di Carla Bruni, Chelsea Clinton, Michelle Obama, Kate Middleton (tutte mogli, figlie, come al solito: il mondo è pieno di presidentesse, prime ministre, e nessuno se le fila: salvo poche righe per il cancro – smentito – di Cristina Kirchner).

p.s. l’ho già scritto ieri, spero si capisca, ma percepisco il rischio polemico: sono altri i fronti su cui critico l’informazione italiana. Qui mi limito a cercare di capirla e di capire come affronta il problema della crisi dei giornali: ognuno fa il giornale che ritiene giusto e che i tempi gli impongono, e Paris Match è sempre stato un giornale fatto molto bene, nel suo genere. Ogni cosa è dignitosa, se la si fa bene e con correttezza e trasparenza. Se la si fa male e ingannevolmente, nessuna lo è.

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Il primo che rompe il muro

Ho visto questo film con Brad Pitt che si chiama “Moneyball”. Parla di baseball. Come i lettori di questo blog sannow, a me il baseball piace. Dice: come fa a piacerti il baseball? Per due ragioni: una è che ci ho giocato da ragazzino, a Pisa. L’altra cerco spesso di spiegarla e non ci riesco quasi mai: il baseball è lo sport più letterario del mondo, quello con dentro più storie e umanità di tutti, quello meno fisico e atletico (i giocatori sono spesso non giovani, si corre molto poco). Non è un gioco a chi è più forte, come altri: è un romanzo, una serie di romanzi. È una biblioteca. Ogni partita ha dentro mille storie che avvengono solo in piccola parte dentro a quel campo in quel momento. O, per dirla con Brad Pitt in Moneyball:

«È dura non essere romantici col baseball»

E insomma, era dal fuoricampo di Roy Hobbs nel Migliore con Robert Redford, che non mi commuovevo per un fuoricampo. Ma per quelli meno sentimentali, dirò che è una storia vera che sembra costruita con la struttura del dramma, che c’è sopra tutta la retorica e gli effetti hollywoodiani, sommati alla retorica e agli effetti del baseball, ma anche che è un film che mostra molto poco baseball giocato. Se ne parla, tutto il tempo. Poi potrei dirvi anche che è un film che – come il baseball – parla della vita e di come le rivoluzioni vincono mentre i rivoluzionari perdono, e del cambiare le cose da dentro senza che nessuno ti dia una lira e tutte altre retoriche di questo genere. Di cui a volte è fatta la realtà, e a volte no.
A me è piaciuto, insomma.

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Destra e sinistra

Devo averla già scritta un’altra volta, questa cosa, in un’altra simile occasione. Ma mi è tornata in mente leggendo l’intervista sulla Stampa dell’onorevole Lupi sui controlli fiscali a Cortina. Lupi parla di “controllo esasperato”, di “stato di polizia fiscale”, e dice che invece “fondamentale è l’educazione a un rapporto responsabile tra stato e cittadino”.
Ora, ricorderete che storicamente a destra si è sempre chiesta maggior repressione contro la violazione delle regole e dell’ordine, e si è attaccata e derisa la sinistra che suggeriva invece di educare i cittadini al loro rispetto. A sinistra si è da tempo confusa questa distinzione, un po’ attenuando le resistenze a una sana repressione delle violazioni, un po’ abbracciando forcaiolismi e bave alla bocca tradizionalmente di destra. Adesso la confusione è aumentata da una destra che scopre la necessità di indulgenza ed educazione stataliste: se non le avesse scoperte sulle Tofane sarebbe più credibile, però.

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Le sorelle Materassi e Twitter, sul Corriere

Per difetto professionale, mi capita spesso di incuriosirmi ai meccanismi mentali da cui nascono le scelte dei giornali: che lettori immaginano nel decidere di pubblicare una storia, cosa pensano funzioni meglio in una titolazione, perché usano una parola invece che un’altra. Ormai ho familiarità con diverse di queste scelte, come se direttori e caporedattori me ne parlassero, come se li conoscessi di persona (alcuni li conosco, ma parliamo d’altro).
Il Corriere della Sera, per esempio, mi appassiona: è al tempo stesso il quotidiano più storicamente importante e “autorevole” del paese, quello con grandi possibilità di crescita ed evoluzione e grande duttilità, e però anche quello più legato a un’idea antica dei propri lettori. Il che vuol dire due cose: una è che – abbastanza giustamente – il Corriere immagina i propri lettori come molto “antichi” essi stessi, l’altra è che – meno saggiamente – alcuni dei suoi linguaggi e scelte sono invece proprio anacronistici e perdenti nella prospettiva di rinnovare una comunità di lettori che per ragioni biologiche presto si esaurirà. Continua a leggere

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Tre

“Nella vita ci sono tre fasi: Essere spensierato. Pensiero. Ritorno all’essere spensierato.
Non confondete la prima e la terza fase”

(Chad Harbach, The Art of Fielding, un libro sul baseball e sulla vita)

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Nel 2012

Nel 2012 dovrebbe uscire il nuovo disco degli Air. Nel 2012 dovrebbe uscire il nuovo disco di Madonna. Nel 2012 dovrebbero uscire i nuovi dischi dei Fleetwood Mac e dei Magnetic Fields. Dovrebbe anche uscire il nuovo disco di Leonard Cohen, e quello di Rufus Wainwright. Poi dovrebbe uscire il nuovo disco dei Soundgarden, e anche quello di Morrissey. E quello di Paul Weller, genere ballerino. Nel 2012 dovrebero uscire i nuovi dischi di Cat Power, di Andrew Bird e degli Of Montreal. E quello di Paul McCartney (la prima canzone anticipata è un po’ una lagna). Poi quelli dei Lambchop, dei Kaiser Chiefs, di Damien Jurado e di Lyle Lovett. E dovrebbero uscire i dischi di Fiona Apple e di Johnny Marr (ognuno il suo). Dovrebbero far uscire un nuovo disco Regina Spektor e i Sigur Ros. E i Pearl Jam stanno lavorando da mesi a un nuovo disco che dovrebbe infine uscire nel 2012. Poi ci sono l’annunciato nuovo disco dei Beach Boys insieme, e quello dei Killers, tutti previsti per il 2012. Poi, forse, nel 2012 esce il nuovo disco degli U2 di cui si parla da due anni, finora dato per intitolato “Songs of ascent”.
Hanno persino annunciato un nuovo disco i Cultre Club, Boy George compreso, nel 2012.

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