Terzismi

Alla fine la fin troppo raccontata storia Cicchitto-Monti-Obama racconta due modi di fare articoli sui giornali. Uno è quello che si beve dei presunti “complimenti” di Obama a Monti senza controllare minimamente come sia andata, e in un pigro provincialismo per cui dovrebbe avere qualche importanza cosa dice Obama di Monti (uno che ne sa molto meno di me e di voi su quel che Monti sta facendo). L’altro è quello che invece va a controllare la storia solo nella ebbra speranza di beccare in castagna qualcuno, sbugiardare Monti e la trascuratezza dei colleghi e avere i propri quindici minuti di celebrità: e travolto da questa eccitata vanità racconta più balle dell’altro, e con maggiore spazio. E per finire, sostiene che aveva comunque ragione.

Non è necessario sceglierne per forza uno dei due.

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Musica e rivoluzioni digitali

Ieri guardavo mia figlia ascoltare la musica dell’iPod con delle cuffione Sennheiser più grandi di lei e intanto cantare leggendo i testi che apparivano sul display simultaneamente, e così poi le ho raccontato di quando registrando su cassetta i vinili prestati dagli amici facevamo anche le fotocopie A3 delle copertine interne per avere i testi che poi cantavamo tenendoci quei foglioni tra le mani. E tutte le altre cose che avevo ricostruito qui.

Il magnetofono Castelli ci cambiò la vita. Usavamo delle cassette BASF o “Compact Cassette”, vendute senza scatola all’Upim: TDK e Sony sarebbero venute poi. Chiudevamo la porta del soggiorno e ci sdraiavamo sul tappeto con la radiolina portatile e il registratore. Predisponevamo tutto schiacciando il tasto PAUSE, poi REC e PLAY assieme, e dopo il rituale urlo “hiiiit-parèeeeiiiii!”, ci concentravamo sull’operazione: indice pronto sul tasto PAUSE e attesa dell’annuncio del titolo successivo per decidere se ci interessava o no. La cosa era resa più complicata dagli applausi che aprivano e chiudevano la trasmissione della canzone, e che vi si sovrapponevano a metà dell’esecuzione. Quelli a metà erano inestricabili, e ce li tenevamo. Gli altri cercavamo di tagliarli fuori. Il risultato non era sempre soddisfacente: a volte sbagliavamo il tempo, o sbagliavamo il tasto. In altri casi la canzone era trasmessa già molto iniziata. Nel primo caso ci avremmo riprovato qualche giorno dopo, con la replica, stavolta allertati. Nel secondo ci saremmo tenuti quell’esecuzione, salvo sostituirla la settimana successiva, sperando fosse ancora in classifica. Altre volte era reso necessario dai maldestri suoni di risate (nostre), starnuti o inciampi negli oggetti del soggiorno, che finivano sul nastro.

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Che le cose ci portino altrove

Non ho visto “Romanzo di una strage”: tendo a credere alle molte versioni che dicono che sia un buon film, ben fatto, con ricostruzioni eccellenti e tendo a credere alle molte versioni che dicono che contenga delle interpretazioni fuorvianti e delle tesi assurde e scriteriate. Sono in generale molto d’accordo con quanto scrive oggi Ezio Mauro: se fai un film su Maria Antonietta puoi anche inventarti ipotesi creative e palesemente artistiche, se lo fai su una storia che ha ancora dei pezzi da sancire definitivamente e che ha difficoltà a far attecchire quelli sanciti, in un paese in cui queste difficoltà e tensioni ancora muovono un sacco di cose, non te lo puoi permettere. Fareste un film sulla scuola Diaz in cui immaginate che a picchiare i ragazzi siano stati dei vicini di casa genovesi indispettiti dal rumore? O che i poliziotti violenti fossero stati chiamati da Luca Casarini? Dicendo poi che il cinema è arte e non deve fare i conti con la realtà dei fatti?

Ma nell’espressione “ferita aperta” usata da Mauro non mi interessa solo la parola “aperta”, ovvero che la questione sia ancora così sensibile. Mi interessa anche la parola “ferita”, ovvero che la questione sia ancora così importante. C’è una cosa che mi pare nessuno sottolinei – un po’ Giuliano Ferrara, a suo modo – e che davvero riguarda i più giovani e occupa credo le loro perplessità: è possibile che oggi i protagonisti della politica, dell’informazione, del dibattito storico e intellettuale siano ancora persone che hanno vissuto quegli scontri o che ne hanno ereditato le contrapposizioni, i meccanismi, e i gravami?

Per quelli che oggi hanno venti o trent’anni è importante sì sapere e capire cose che riguardano il recente passato del loro paese e che ne hanno generato alcune dinamiche attuali, ma sarebbe importante soprattutto superare quelle dinamiche e rimuoverle dall’oggi. Non è normale. Non è normale che le classi dirigenti italiane nel 2012 siano più appassionate e travolte da fossili e ormai intangibili discussioni e accuse e identità che vengono dagli anni Settanta, dai fascismi, dai comunismi, dai partiti della fermezza, dagli opposti estremismi, dalle maggioranze silenziose, eccetera, piuttosto che dalle idee e i fatti della contemporaneità, che ci sono e sono fertili, in altri mondi, in altre generazioni. Non è normale che un film su Piazza Fontana generi cento volte le agitazioni che genera un film sulla scuola Diaz, per rimanere su quest’esempio. Al di là delle mille ovvie differenze, quella che pesa è una: il primo parla delle classi dirigenti italiane, del loro mondo e al loro mondo. Il secondo no.

E il punto a me pare questo: non che piazza Fontana sia così presente nell’oggi dell’Italia, ma che l’Italia sia così passata nello ieri di piazza Fontana.

 

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La svolta della conoscenza

Ricorderete i titoli di pochi giorni fa sui dati Irpef che avrebbero mostrato che in Italia i lavoratori dipendenti dichiarerebbero più dei datori di lavoro: ce li avevano tutti i quotidiani.
Le cose però sono un po’ più complicate e quella sintesi era molto ingannevole. Lo ha spiegato il giorno dopo Salvatore Padula sulla prima pagina del Sole 24 Ore.

Perché di tutto la lotta all’evasione ha bisogno ma non di approssimazione. Lo ha detto ieri lo stesso direttore dell’agenzia delle Entrate, Attilio Befera, commentando i dati sugli importi medi dei redditi dichiarati dai lavoratori dipendenti e dai loro datori di lavoro che tanto stanno appassionando i giornali e conseguentemente l’opinione pubblica. E che, per essere precisi, riguardano le persone fisiche che svolgono attività di impresa e i professionisti che svolgono attività di lavoro autonomo. Tutto bene, ma contrapponendo gli uni agli altri non dimentichiamo che le piccole attività d’impresa senza lavoratori dipendenti sono oltre 3 milioni, il 65% del totale (dati Istat), probabilmente tutti in contabilità semplificata e, quindi, a ben vedere con un reddito mediamente molto basso, ma non confrontabile con quello di alcun dipendente. Soprattutto se le definizioni delle “classi fiscali” sono troppo ampie per essere rappresentate unitariamente: così la voce “imprenditori” mette insieme il regime ordinario e quello semplificato, i piccoli proprietari di aziende con gli artigiani e commercianti. Ricavare contrapposizioni tra le categorie senza avere la possibilità o la capacità di distinguerle è un’operazione pericolosa e confusa, che non consente di cogliere qualche particolare importante: così i redditi medi di impresa e di lavoro autonomo sono cresciuti più del Pil nominale, rispettivamente del 3,8 e del 3,6 per cento.

La verità è che il fisco è materia complessa ma le semplificazioni necessarie sono altre. Non quelle che banalizzano e riducono a teatrino ciò che invece è un’emergenza nazionale. Da qui bisogna partire. E se è vero, come ieri ha detto il ministro Corrado Passera, che «serve una svolta culturale», allora dobbiamo semplicemente riconoscere che la prima svolta indispensabile è quella della conoscenza.

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Oplà

Ci vorrebbe uno sforzo di fantasia impossibile per definire Montezemolo un uomo di sinistra, e però non risultano nemmeno sue vicinanze alla destra istituzionale, e con l’attuale centrodestra risultano soventi attriti. Non si capisce insomma chi lo dovrebbe votare. Ma in Italia tutti viviamo in microcosmi che ci impediscono di vedere cosa c’è oltre la quarta fila che ci circonda, e quindi forse anche Montezemolo si è fatto l’idea che hai visto mai, e ha pensato di cominciare a muoversi, con cautela. E il disastro generale ha fatto diventare rapidamente argomento di intenso dibattito un’ipotesi implausibile in tempi normali.

Scusate, mi autocito per dire una cosa semplice: che non ci voleva il più fine politologo, bastava uno qualunque di noi capace di ragionare, per trovare “implausibile” l’ipotesi di una candidatura di Montezemolo. Eppure non devo ricordarvi la quantità formidabile di sovreccitazione che ogni suo sguardo ha generato nel retroscenismo politico italiano dei due anni passati. Adesso, le pagine e pagine di analisi, ipotesi, previsioni e presunti scompigli nel quadro politico italiano, sembrano andarsene così, in un boxino a pagina 15.

 

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Notizie che non lo erano

Martedì tutti i quotidiani hanno riferito alcune parole di Mario Monti pronunciate a Seul durante il suo viaggio in Asia, il cui significato era così sintetizzato: il governo si sta impegnando per il bene del paese, ma se il paese non è pronto ad assecondare queste scelte il governo è pronto a lasciar perdere e riconsegnare il mandato. C’erano molti articoli di reazioni del mondo politico, alcuni commenti ed editoriali (anche molto critici nei confronti di questo atteggimaneto supponente di Monti), ipotesi su nuove elezioni e retroscena sul perché di questo intervento.
Ma in realtà, a leggere nella loro compiutezza quelle parole, sembrava che Monti non volesse diffonderle come reale avvertimento, e che le sue diffidenze fossero rivolte più ai partiti e alle parti sociali con cui il governo è in trattative, che ai cittadini.
Giovedì tutti i quotidiani hanno infatti riportato altre parole di Monti, stavolta da Tokyo: questa volta si criticavano i partiti e la loro perdita di consenso, sostenendo che al contrario gli italiani apprezzano il lavoro del governo e lo sanno capire. Altre reazioni, polemiche, proteste dei partiti, retroscena.
Venerdì, infine, Mario Monti stesso ha scritto una lettera al Corriere della Sera, in cui spiegava di tenere in somma stima i partiti, e che le sue parole erano state male interpretate e casomai sono i paesi stranieri a pensare che il buono in Italia sia solo merito del governo e a diffidare dei partiti e del loro ritorno nel 2013: e che quindi bisogna stare attenti a non alimentare questo loro sospetto. Alcuni commenti sul quadro di queste tensioni parlavano quindi di una “frattura ricomposta”.
E così se ne è andata la settimana della politica.
Intanto lunedì alcuni giornali hanno titolato “I leader della Margherita sapevano” gli articoli sulle parole dell’ex tesoriere di quel partito in tribunale: sull’amministrazione di quel partito sotto accusa. Ma nel pomeriggio la procura smentiva che il tesoriere avesse accusato i leader del partito di conoscere le sue manovre. E ci sono state altre querele e minacce di querele.
Domenica scorsa i giornali avevano molto ripreso un auspicio del presidente della Repubblica che il suo successore fosse una donna. Ma l’auspicio, peraltro risalente a gennaio scorso, si riferiva all’eventualità che potesse esserci anche una “candidata” donna, alla Presidenza della repubblica.

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43 anni

Sofri, quello anziano, ha spiegato per bene quanto è maldestra la ricostruzione su Piazza Fontana che viene diffusa in questi giorni. In una specie di libro, che si può scaricare qui.

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L’inimicizia come pensiero

Oggi Giuliano Ferrara ha scritto un lungo articolo (online a pagamento) per spiegare ai lettori come mai si senta di “tendenza montiana”. Ma la cosa più interessante, per me che sono suo studioso da anni (ho avuto anche l’opportunità di osservarlo da molto vicino), è l’esposizione finale che rivendica più che mai quello che è uno dei due meccanismi (assieme alla ricerca di un’ideologia forte) principali di tutte le posizioni e opinioni del direttore del Foglio, utile a capirle e a prevederle. Con parole sue:

Poi c’è la questione dell’avversario ideologico, editoriale, politico, di establishment. Quella è questione evidente di primo acchito. Dove stavano De Benedetti, Scalfari e compagnia, e anche molti terzisti amici condannati al gioco del cerchio e della botte in tutti questi anni? Sempre dall’altra parte. Dove stavano e stanno i manettari? Sempre dall’altra parte. Dove stava la cultura azionista lealmente e slealmente avversata? Sempre dall’altra parte. Dove stavano gli intellò e i vari fighetta dell’etica e della spiritualità repubblicana, i cacciatori di servilismo altrui imbevuti della loro schiavitù psicologica e morale? Sempre dall’altra parte. Dove stavano gli scientisti, i rimodulatori della vita umana, i falsi libertari, i falsi miscredenti e antipapisti da trivio? Sempre dall’altra parte. Il filo robusto di un realista, che rischia ogni minuto il trasformismo e longanesianamente non si appoggia troppo ai principi, nel timore che si pieghino, dunque c’è. Ed è testimoniato, se non dai miei idoli provvisori, almeno dal fronte permanente degli avversari, dalle loro idee e manovre. Quello, stranamente, non è mai cambiato e non cambia mai. No trasformismo dell’inimicizia politica. Pro domo sua, dall’elefantino, sua sede e tendenza.

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I’m Beck

Beck Hansen, è famoso come Beck. Mi perdonino i suoi numerosi e devoti fans se ne scrivo un paio di cose superflue, per i profani. Ma è un po’ di tempo che si manifesta poco, e nuove generazioni arrivano e le vecchie si dimenticano. Lui ha quasi 42 anni, è di Los Angeles, fa il musicista e il cantautore: e negli anni Novanta fu celebrato come uno dei più eclettici e creativi agitatori del rock. Fece un pezzo di grandissimo successo – “Loser” – e altre cose tirate e piene di suoni, bilanciandole con ballate di andamento psichedelico e ondoso (aggettivo indotto dal titolo del suo disco migliore di questo genere, “Sea change”). Poi da un po’ di anni si è fatto molto da parte, dedicandosi a produzioni di dischi altrui, collaborazioni e partecipazioni puntuali a colonne sonore (una delle sue cose più belle di sempre è la cover di “Everybody’s gotta learn sometimes” nel film “Eternal sunshine of the spotless mind”, quello di cui è proverbialmente imbarazzante il titolo italiano). Ora Beck, che non accenna a mettere insieme un disco nuovo dal 2008, ha infilato una canzone nuova nel film “Jeff, who lives at home”. Si chiama “Looking for a sign”, ed è bella, di quel genere lì ondoso. Ci si accontenta.

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Citizen stenografo

Per quel breve periodo in cui partecipai alle Direzioni Nazionali del PD feci dei liveblog (o delle dirette su Friendfeed, tipo Twitter), con l’intenzione di condividere l’originale e istruttiva esperienza di quelle riunioni e dei funzionamenti di un partito. Ebbero una discreta attenzione, fu interessante, e del tutto nuovo: come entrare per la prima volta con una torcia in una grotta a migliaia di metri di profondità. Così inusuale che nessuno dei presenti ne percepì praticamente niente: solo una delle ultime volte Beppe Fioroni si avvicinò tra il cortese e il minaccioso per chiedermi cosa facessi visto che suo figlio lo aveva avvisato che stavo raccontando la riunione in rete. Mi sorvegliò per un po’ e poi si stufò (devo dire che il mio racconto non taceva molto della palese indifferenza di Fioroni alla seduta che presiedeva).

Sono passati appena tre anni, e ora la Direzione Nazionale raduna molti account di Twitter e diversi twittatori seriali. Da una parte fanno un ottimo lavoro di informazione, dall’altra qualche volta rischiano la deriva infantilizzante di cui dissi qui, che butta tutto in vacca.

Ma la novità, a questo giro, è che come i fotografi protestarono contro le foto messe dai politici su Twitter, adesso sono i cronisti politici a sentirsi esautorati. Scrive Maria Teresa Meli sul Corriere della Sera:

Persino uno dei giornali del Partito democratico, Europa, partecipava, tramite Twitter, al grande chiacchiericcio «democratico». Nel frattempo, sotto la sede nazionale del Pd, a Largo del Nazareno, nel pieno centro di Roma, stazionavano gruppi di giornalisti e operatori televisivi. Divieto d’ingresso per loro, costretti a fare su e giù per i marciapiedi in attesa di una dichiarazione o di una confidenza.
Inutile far presente che il dibattito interno non era più tanto riservato dal momento che su Facebook e Twitter si sprecavano i commenti e le dietrologie, dopo che le parole di Bersani, Letta, Bindi, Veltroni e D’Alema rimbalzavano da una parte all’altra della Rete. Gentile ma inflessibile, l’ufficio stampa del partito ubbidiva agli «ordini» dati: fuori i cronisti, che scrivono malignità e cattiverie.
Situazione surreale. I sacerdoti della sacralità della politica, per lasciare in vita il mito, mantenevano l’inviolabilità delle segrete stanze. I parlamentari con telefonini, computer e iPad dimostravano che ormai alla politica piace apparire. Anzi, per essere precisi, non sa più fare a meno di specchiarsi sugli schermi televisivi e di riflettersi nella Rete. In quei luoghi non c’è il filtro dei giornalisti. E questo è l’importante.

La cosa interessante è che i giornalisti si sentano in competizione con Twitter, riducendo il loro lavoro e assimilandolo alla trascrizione di virgolettati in 140 caratteri. Lavoro di cui è capace chiunque, e ben vengano le trascrizioni che arrivano dall’interno. Quello che su Twitter non si può fare è contestualizzare, spiegare, dare gli elementi per capire, aggiungere i riferimenti, interpretare, obiettare: è quello, che fanno i giornalisti.

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Siamo tutti loggionisti

Domenica sera sono stato alla Scala, ho visto Le nozze di Figaro, e da amante dilettante dell’opera che in vita sua dal vivo ne ha viste credo manco sei, mi è piaciuto molto. E va bene.
Poi alla fine sono usciti tutti i cantanti e sono stati applauditi intensamente. Poi è uscito il 24enne direttore d’orchestra ed è stato fischiato, e gli hanno fatto buuuu. Glielo avevano già fatto qualche giorno prima, mi hanno spiegato. Mi hanno spiegato che la sua direzione è criticata, che è freddo, che va troppo veloce, che molti lo trovano arrogante. Non mi hanno spiegato, ma mi è parso evidente, che un direttore di appena 24 anni alla Scala debba scontare un pregiudizio negativo. A esserci, quando succede, è molto spiacevole e fastidioso: ma mi hanno detto la tradizione eccetera.

Ma al di là di ragioni o torti delle eventuali critiche (un buuu non è una critica), l’impressione di un contesto in cui il dissenso si esprime anonimo, aggressivo, offensivo, superficiale, nei confronti di qualcuno che ha fatto un lavoro straordinario e pazzesco che non saranno mai capaci di fare in mille anni quelli che gli fanno buuu e che trovano solo così occasione di affermazione del proprio preteso amore per ciò di cui si parla, mi ha illuminato su una cosa che penso e dico da molto, e che ho visto confermata.

I commenti prepotenti, saccenti, violenti e privi di argomenti su internet vengono da lontano, e non li ha inventati internet. Internet ha solo dato un’alternativa – spazio, tempo, possibilità di argomentare e farsi ascoltare anche senza urlare – mostrando chi la vuole sfruttare e chi no.

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In guerra col Messico

Gennaro Carotenuto mi ha appena gentilmente sgridato perché stamattina a Prima Pagina ho parlato di un viaggio in Sudamerica del Papa, ma il Papa era in Messico. Naturalmente ha ragione, ma come è andata è una microstoria di rapporto tra lettori e cliché dell’informazione, dove io faccio la parte del lettore.
Ho letto ieri un titolo in prima pagina, stamattina, che diceva “il Papa nella terra dei narcos”. A parte la formulazione cretina – per cui se io fossi il Messico dichiarerei guerra – che riconosco come parte dell’affanno quotidiano dei giornalisti italiani nella ricerca inutile e pigra di sinonimi e sostitutivi del soggetto o del complemento (la squadra partenopea, il duca bianco, sapete quelle cose lì, indotte da un terrorismo scolastico sulle ripetizioni): ma io sono lento ad aggiornarmi sui clichés, e quindi ero rimasto che quello dei narcos si riferisse alla Colombia. E così mi sono immaginato che il Papa fosse in Colombia, e mi è rimasto attaccato anche dopo aver letto del Messico (e aver pensato che se io fossi il Messico dichiarerei guerra). E così per me il Papa era in Sudamerica.
Sto cercando di dare la colpa ad altri di uno strafalcione, certo.

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Il profumo della carta

Da domattina mi cimento in un’operazione che non compio da molto, spero di ricordarmi come si fa: sfogliare i giornali di carta, per Prima Pagina su Radio 3.

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Notizie che non lo erano

C’è ancora molto da chiarire sull’uomo che ha fatto due stragi a Tolosa e poi è stato ucciso dalla polizia francese dopo un giono di assedio alla sua casa: soprattutto su quanto i servizi segreti internazionali lo conoscessero e potessero sorvegliarlo meglio, ma anche su come sono andate le fasi della sua ricerca e uccisione.
Però per due giorni buoni dopo la strage alla sinagoga di Tolosa tutti i giornali hanno dato per quasi certa un’appartenenza dello sconosciuto assassino a gruppi di estrema destra, neonazisti, e forse interni alle forze militari francesi. Con descrizioni di quei mondi e analisi sulla loro attidtudine a partorire l’odio da cui sarebbe nata quella violenza. Poi si è saputo che invece l’assassino era un fanatico islamista con precedenti di prossimità con Al Qaida, e così tutte quelle ricostruzioni e tesi si sono rivelate completamente estranee alla notizia. E i rapporti di causa ed effetto disegnati con tanta certezza, molto più fragili.
Siti e giornali di tutto il mondo hanno ripreso una battuta critica di Richard Gere sul suo film di maggior successo “Pretty Woman”: a una rivista australiana Gere aveva detto che non aveva stima del film, e che lo considerava una “stupida commediola sentimentale”. Il Corriere della Sera ha costruito una pagina su questo e altri casi in cui artisti diversi rinnegano le loro opere. Ma poi un portavoce di Gere ha smentito l’intervista, e le battute citate. La rivista insiste che l’intervista c’è stata.
Repubblica ha scritto ieri che il medico americano designato per diventare presidente della banca mondiale sarebbe un “fisico”. Ma è appunto un laureato in medicina, di cui ha probabilmente tratto in inganno la definizione di “physician” (medico) su Wikipedia.

 

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Giornalisti nella portiera

L’ho già scritto su Twitter, ma secondo me è una visione istruttiva e la segnalo anche qui. Il servizio mandato in onda da Studio Aperto giovedì sulle condizioni di Alberto Musy, e il lavoro del giornalista con la signora Musy: al minuto 4.00.

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10 canzoni dei Wilco

Vanity Fair mi ha chiesto una playlist dei Wilco, per questo numero del giornale.

ReservationsYankee Hotel Foxtrot
Lunga, dolce e trascinata, chiude il loro disco più venduto di sempre, quello di cui divenne famosa la storia che l’etichetta Reprise non volle pubblicarlo, e loro se lo presero e se ne andarono a farlo con la Nonesuch. Fece il botto appunto.

Jesus, Etc.Yankee Hotel Foxtrot
La 61ma migliore canzone del decennio, per il seguitissimo sito di musica Pitchfork.

Theologians, A Ghost Is Born
Se ne era andato Jay Bennett, litigando con Jeff Tweedy. La canzone se la prende con i teologi che “non sanno niente della mia anima” né dell’inafferrabile presenza di Dio. Il verso “A ghost is born” diede il titolo al disco.

Comment (If All Men Are Truly Brothers), Kicking Television
È una cover di un vecchio pezzo di una soul band degli anni Sessanta, che allora contestava le discriminazioni razziali negli Stati Uniti. Chiude il disco dal vivo del 2005.

Either Way, Sky Blue Sky
Lei ha bisogno di un po’ di tempo, lui cercherà di capire, le cose andranno a posto, in un modo o nell’altro.

Impossible Germany, Sky Blue Sky
Fu celebrata da molte riviste specializzate, e in particolare da Rolling Stone, che la misse tra le 100 migliori canzoni del 2007. Ha un assolo di chitarra meraviglioso che merita di stare con i più grandi della storia del rock, quelli che non se ne sentivano più.

Sunloathe, The Whole Love
Una conversazione con il sole, in un momento un po’ depresso.

Rising Red Lung, The Whole Love
Versi d’amore e meteorologia, molto evanescenti.

You and I, Wilco (The Album)
Ci canta Feist, cantautrice canadese con cui avevano fattao amicizio alla serata dei Grammy.

Heavy Metal Drummer, Yankee Hotel Foxtrot
Su quelle band heavy metal, che arrivavano l’estate e facevano le cover dei Kiss.

 

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Meno tv, più tv

Della “social tv”, un moderno modo di guardare la tv commentandola in diretta sui social network, qui parlammo un sacco di tempo fa, quando ancora sembrava una cosa strana. Ora ho i bambini che “ascoltano” la tv mentre stanno sull’iPad, e siamo già su un altro fronte: quello dell’abitudine a seguire la tv con un orecchio mentre si sta online, e in particolare a cercare maggiori informazioni in rete su quello che si segue. Ogni sera, tra le parole più usate su Twitter (i “Twitter trends”) circa la metà hanno a che fare con la programmazione televisiva. Un ospite in un talkshow, e gli spettatori lo cercano su Google; un servizio su una società che fa imbrogli, e vanno a vedere il sito; un programma frivolo, e tutti su Twitter a scambiarsi informazioni su questa o quella boyband.
Le nostre pigrizie abituali saranno in difficoltà nel dare un giudizio morale su questo andazzo: dobbiamo criticare la disumanità multitasking, oppure la sottrazione di attenzione alla tv per acquisire meno passivamente notizie e informazioni deve essere apprezzata? “State meno attaccati alla tv”, ci dicevano i genitori: eccovi serviti, e rimpiangerete quando stavamo attaccati alla tv e basta. E dopo, pensate sia finita?

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Notizie che non lo erano

Giovedì c’è stato un grosso impazzimento dei media italiani per una non notizia che arrivava dall’Afghanistan e che riguardava il segretario alla Difesa statunitense Leon Panetta. I siti dei quotidiani hanno dato grande evidenza alla storia di un “attentato” e di un’”autobomba” che avevano accolto Panetta al suo atterraggio in una base militare nella provincia di Helmand. Un uomo aveva fatto esplodere un camion nella base, vicino alla pista dell’aeroporto, poco prima che l’aereo di Panetta atterrasse. Insomma, un attentato esplosivo, fallito di poco.
Ma la versione dei siti internazionali e americani era nel frattempo un’altra, e si è andata definendo nelle ore successive. Un interprete afgano di 30 anni si era impossessato di un camion dandogli fuoco e gettandosi contro un gruppo di militari, salvatisi, prima di schiantarsi e morire per le ustioni poco dopo. Malgrado non siano state chiarite le sue motivazioni, non è risultato che sapesse che sull’aereo atterrato poco dopo ci fosse il segretario della Difesa Panetta, e nessuna arma o esplosivo è stato trovato. Non escludendo niente, non esistono però indizi per pensare a un attentato contro Panetta, e non c’è stata nessuna autobomba. Ciò malgrado entrambi i termini sono stati usati dai giornali italiani anche la mattina dopo.

Martedì Repubblica ha pubblicato un articolo che svelava un parere del giurista Valerio Onida  che si suggeriva commissionato dall’AgCom sul tema delle violazioni del diritto d’autore in rete. Era una notizia, perché Onida proponeva un intervento giudiziario sui siti che compissero tali violazioni, e quest’ipotesi era stata invece data per accantonata  dall’AgCom. Ma si è saputo successivamente che il parere di Onida era stato commissionato da Confindustria e non c’entrava con AgCom, come ha spiegato tra gli altri un articolo della Stampa.

 

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Strada da fare

In una partita di basket del torneo dei college alcuni tifosi della University of Southern Mississippi hanno urlato a un giocatore portoricano della squadra avversaria “Dove è la tua green card?”. Ne è nata una notizia, molto scandalo, e le scuse della preside e del responsabile atletico della squadra.

Per dire, ora pensate ai nostri stadi.

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Un grande paese

Se qualcosa è mancato in questa festa tricolore che oggi ammaina le sue bandiere, non è stato il presente e nemmeno il passato. E’ stato il futuro. Non ne ha parlato nessuno, se non in termini vaghi e retorici. Dalla politica, «sollevata» da compiti di governo, ci saremmo aspettati almeno questo: che oltre ad autoimporsi una cura dimagrante per rientrare nei limiti della decenza, si sforzasse di offrire una visione sull’avvenire possibile del Paese. Invece la classe dirigente (?) non si è degnata di dirci come immagina l’Italia fra cinquant’anni: quel gigantesco parco-giochi cultural-ambientale che vorrebbe il mondo e noi ci ostiniamo a non essere, oppure qualcos’altro? Nel silenzio degli indecenti, come sempre la risposta verrà dagli italiani che non hanno potere ma istinto di sopravvivenza. E come sempre non sarà quella che ci si aspetta da loro, qualunque essa sia.

(Massimo Gramellini, oggi sulla Stampa)

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